Ascanio fabulista

pubblicato il 1 September 2006 alle 23:48

Un celestino dalla barba demoniaca oramai e con tanti chili in meno, da quando mi raccontò delle fosse ardeatine , come fossero a riportarne i miei nonni mai avuti da Trastevere, sale sul palco sotto le mura della cittadella sarzanina e inizia a sgranocchiarci la fiaba della sua avventura creativa.
Divulgandola per fiabe. Una favola dentro l’altra.
Gli albori son sempre quelli che mi inteneriscono di più. Adesso non pretendiate la stessa bravura nel resoconto, ma un piccolo assaggio di questi albori evo
tentare di trasmettervelo.

Son anni e anni fa che nelle scuole l’Ascanio iniziò proponendo un laboratorio basato sulla favola interrotta, alla quale dare un finale. E lì gli insegnanti terminavano sempre con finali così così, dove vincevano e stavan bene tutti alla fin fine. Mentre dai bambini nasceva la creatività più spinta.
Quindi c’erano questi due personaggi uno ciccione e l’altro magro che finiscono nella caverna di Ciecafumo, dopo essersi persi nel bosco e aver patito la fame. Lì trovano le gigantesche provviste del ciclope, che prende nome da un angoletto vicino cinecittà dove gira il tramvai… altro che Polifemo. In ogni caso il ciclope torna e i due si son mangiato tutto, quindi per vendetta mangia il più grasso. Poi serra tutte le pecore del suo gregge nella caverna e la chiude con un masso enoooorme. Quello più magro, che se la scampa, ha per caso con sè una bottiglia di vino magico, che chiunque ne beva una goccia cade in coma addormentato. Sicchè la propone al ciclope Ciecafumo, instillando il dubbio di non poter mangiare senza seguire con una bella sorsata di vino (“che vòi murà a secco?” come dice la nonna di Ascanio).
Il ciclope beve e cade addormentato. Così, diciamo pollicino, si scuoia una pecora del gregge e si traveste con la lana, buttandosi in mezzo al gregge.

In più prende lo spiedino gigante su cui era stata cotta la salsiccia grossa come un maiale e infilza l’occhio di Ciecafumo. Questo si alza e bestemmia in tutte le lingue del mondo, nuove, vecchie, morte, resuscitate apposta, per usarle di nuovo a bestemmiare, ma non trova pollicino.
Alchè dopo un giorno le pecore devon uscire a bere e lui le fa uscire tastandone una a una per scovare l’intruso. Ma pollicino la scampa e una volta fuori, si libera dalla pelle e dileggia il gigante cieco per quanto era stato furbo a scappare dalle sue grinfie. Quindi il ciclope non potendolo vedere e riconoscendo la
sua astuzia, gli regala un anello. Se lo leva dal dito e lo lancia in direzione di pollicino….

E qui si ferma la storia. Seguono i finali più interessanti riportati:

1. L’anello del ciclope è in realtà una lama rotante che sega in due parti uguali pollicino lasciandolo stecchito. Ciecafumo si avvicina e gli fa : “Ammazza che belle budella che c’hai pollicì!”. Fine.

2. L’anello in realtà è un anello magico che quando pollicino se lo mette lo attira verso il ciclope, ma quando è a un palmo da ciecafumo, dal bosco esce fuori un gigante giallo con tre capelli, che si chiama homer che glielo leva dal dito e se lo mangia credendo che sia una ciambella e così pollicino si salva.

3. vari finali lubrichi con ritorno di pollicino a casa, che poi va con le veline e le modelle e in ferrari …

4. (il più bello scritto dalla teppa della classe) L’anello del ciclope, che in realtà è gigante, cade proprio vicino pollicino, che se lo mette e ne fa un hula hop e gira fino a che l’hula hop non parte nel cielo e va a colpire la meteora dei cornuti* (vi giuro con l’asterisco). La meterora parte e cade sulla terra colpendo ciecafumo che si ritrova tutto annerito incenerito e dallo shock finisce nei bagni pubblici dei ciclopi, dove un ciclope col maldipancia era appena uscito, il che significa te saluto ciecafumo! Pollicino invece scappa inoltrandosi nel bosco, ma s’appiccica a una cacca di un cavallo ciclope gigantesca e non riesce più a staccarsi. Così va avanti per giorni nutrendosi dell’escremento, fino a che anche quello si secca e non riesce più a staccarne un pezzo, morendo così di fame.

  • la meteora dove ci abitano quelli che c’hanno la moglie e il marito che è andata con il marito e la moglie di un altro.

E così via. Continuando con un medley di tutti i suoi spettacoli più noti, fino all’ultimo ancora in gestazione, su “Pecora Nera”, storie riportate e allargate dalle testimonianze di lavoratori di call center, precari e presentati come veri e propri schiavi a cottimo, destinati a soddisfare le perversioni notturne dei maniaci telefonici, con sempre una bomba in tasca, che il padrone mette e cambia ogni tre mesi, al ticchettìo della quale si sono abituati, come chi abita a
Ciampino abituato a treni e aerei lowcost sempre in assordante partenza.

Paladino e studioso della tradizione orale. E figura molto importante per il teatro e la fabulistica, ripensando a quello che diceva Calvino delle fiabe [sue, italiane]:

le fiabe sono vere perché sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna soprattutto per la parte di vita che è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, il distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.

Al faro

pubblicato il 31 August 2006 alle 20:00

Un pomeriggio in buona compagnia di un libro, qui, ha di certo giovato. Ho davanti la scenografia, ora vuota, della mia infanzia, a pochi metri, basta una nuotata e sarei di nuovo là. Ma preferisco godermela da qui, dal faro che sta di rimpetto, perchè vedo ancora tutto muoversi, tutti i colori, le tende, gli schizzi e i bambini avanti e indietro su quegli scogli. Vederlo da qui, come non mi ero mai visto: sembra tutto ancora vivo.
Era un mondo limitato nello spazio, perchè c’erano quella piattaforma di cemento e una striscia di scogli. Limitato nel tempo, perchè si era subito lì, non si muoveva quasi la barca. Le giornate però passavano lunghe e quiete. Poi anche qualche notte a star svegli col pensiero che i topi nuotassero da terra e venissero a mangiarci i piedi, che sbucavan da sotto l’asciugamano. Ma te li immagini i topi coi baffi luccicanti, che fanno la traversata al chiaro di luna?
Risate! Come quando passavano i barconi dei signori e da quei tendaggi traballanti, con sotto grandi pentole di pastasciutta e gamberetti appena presi, si alzava il grido di “O ZINGRIIII !” nel più paradossale dei ribaltamenti della realtà. Ma che signori che si era! Avevamo tutto, ci bastava quello.
Al tramonto, con questo faro verde che lascia il segno ogni volta, come quando fu pitturato di fresco e ci macchiò i vestiti, oppure adesso che la schiena ad appoggiarmi, ha su impressa la forma delle mattonelline. E’ un desiderio quello di restar segnati e di portare con sè quel mondo dalle meccaniche semplici, ridotto e sicuro, che non c’è più.

Coltura della Cultura

pubblicato il 26 August 2006 alle 23:44

Preso spunto da una passeggiata di ieri notte per le vie del centro a Spezia. Proprio nella piazzetta più nuova, davanti al neonato museo d’arte contemporanea, che sì tanto lustro darebbe alla nostra cittade, mesi or sono apriva una libreria Mondadori. Nemmeno il tempo di entrare almeno una voltra, che già la trovo chiusa e svuotata. Ma non dalle troppe vendite, tutto l’opposto: manifesto fallimento nelle vendite. Che meno soldi vadano in tasca al Berlusca poco mi giova, nel riflettere sul fatto che il fallimento di una libreria nuova in città è l’indice drastico di una discesa nell’appiatimento culturale. Insomma, una conferma, ma sempre cocente.
Allora in un dialogo telematico con Mattia mi sgorga l’idea di una futuribile conferenza d’agricoltura. Sì, perchè lui propone il metodo di una coltivazione personale del proprio orto privato di interessi. Più una questione di amor proprio, inteso come amore della propria persona, che nasce allora dal coltivare a poco a poco i giovamenti altri della vita. Personalmente. Privatamente. Anche se l’ortus non puo’ essere conclusus alla maniera medievale, trattandosi di piccolo orto che debba diventare ettari ed ettari di coltivazione. Seminare sul cemento si diceva l’altro giorno, sempre sul tema. Quindi ci ritroviamo ancora in questa metafora campestre ed agraria, da buoni campagnoli. Allora perchè non pensar a questa bella conferenza di agraria, con suggerimenti sulla potatura ( sfrangiare il superfluo), la semina, il raccolto, la concimazione. Fatta da veri esperti e da amatori, ma che già si cimentano, mentre il pubblico invitato lascia appassire i propri campi, o ha terreni incolti e duri o non ha più terra affatto. La tradizione del contadino ci aiuti a migliorare.

Ritorno a U.B.

pubblicato il 6 July 2006 alle 10:18

Fiacca mattinata con passeggiata salutare nel bosco vicino al campo. Raggiungo un ovoo su di una collina, per passare il tempo tra colazione e pranzo. Nel bosco di abeti incontro una mandria di cavalli che si godono l’ombra e sto un po’ con loro, scattando qualche fotografia sotto i raggi di sole che passano attraverso i rami. L’effetto non è male. In pomeriggio ripartiamo per Ulaan Bataar.

Terelj

pubblicato il 5 July 2006 alle 10:16

Visita a Terelj, parte di un grosso parco naturale e luogo deputato al turismo più becero, ahimè. Io e Michael ci incamminiamo sul lungo sentiero che porta fino al tempio detto “Dei Cento Gradini”. La calura è opprimente e siamo a rischio insolazione, senza contare gli insetti che ci perseguitano continuamente. Giungiamo sulla scalinata dopo aver attraversato un ponte tibetano e iniziamo la salita di buona lena. In effetti son cento, anche qualcuno in più, e si fanno anche sentire! Non sono stati davvero ad utilizzare rapporti ergonomici razionalisti nella realizzazione di questi scalini, quanto piuttosto una qualche cabala legata ad un numero cardine del buddhismo. Giunti al tempio in legno tutto colorato incastonato tra le pietre, ci godiamo il fresco della sala principale, la tranquillità e un po’ di requie dagli insetti.
Al ritorno picnic agghiacciante (in realtà bollente) sotto la “Turtle Rock”. La sera ci fermiamo in un gher camp locale, Terelj Juulchin, o qualcosa del genere. In un edificio dalle presunte parvenze di hotel riesco a vedere i goal dell’Italia ai mondiali. Incredibilmente stiamo passando tutte le partite. Dopo cena girovago da solo per il campo e sotto un gazebo incoccio una strana compagnia di tre sessantenni giapponesi e la loro traduttrice/guida mongola, una ragazza di 18 anni. Mi intrattengo con loro raccontando del mio viaggio in giappone, mentre mi vengono offerti pesciolini secchi (il classico snack a sacchetti portato dalla madre patria) e bicchieri di whiskey e brandy. Loro sono già abbastanza sbronzi. Lo scopo del loro viaggio è la ricerca e la fotografia di farfalle, la loro passione principale. Uno di loro lavorava per la Olivetti. La serata termina qui e me ne torno in branda dove gli altri due sono già a russare.

Panni sporchi

pubblicato il 4 July 2006 alle 09:52

Oggi niente di che, ma qui è già molto più di niente. Convinciamo Lucio a cercare un fiume e lo troviamo, lungo la strada in direzione Terelj.
Non riusciamo più a sostenere la calura e il vuoto totale che caratterizza i dintorni del lago vulcanico. Lucio voleva farci girare per un sobborgo di baracche desolato, mimando con indice e medio l’omino che cammina. Ci siamo rifiutati.
Allora apro il frasario e traducendo “walk” in mongolo faccio cenno di no e poi segno sulla cartina un fiume, più o meno sulla tratta che ci porta alla prossima tappa.
Pranzo con fusilli al ragù, risposino sul furgone durante un’abbondante versa di pioggia e poi via, a lavare i panni e lavare noi stessi nell’acqua gelida. Stento a credere che usiamo acqua di fiume per bere e cucinare e penso che un tempo si faceva così anche da noi. Lucio lava il furgone in un guado poco distante. Verso sera troviamo un bel posto per piazzare le tende.

panni

Al lago

pubblicato il 3 July 2006 alle 08:00

Saluto a malincuore la famiglia che ci ha ospitato. Sono veramente fantastici, invidiabili. Abbiamo dormito con le nostre tende fuori dalle gher. Mi sono divertito e loro sono stati entusiasti, ma d’altronde la vita da nomade, o viaggiatore che sia, è scandita da addii.
Partiamo in direzione dei laghi vulcanici di Avraga. Oogantogos e il padre non ci sono : li vediamo lungo la strada che si dirigono al Nadaam, la piccola ci saluta dal cavallo. In distanza ho notato che in testa ha un cappello conico, ricoperto con pezzi di specchio che, riflettendo il sole, danno l’idea che abbia una stella sulla fronte.
Prima di giungere alle spiagge sul lago, dopo un po’ di ricerca in un grosso insediamento, troviamo una gher ristorante nelal quale la donna di casa ci prepara davanti agli occhi ottimi buuz e un po’ di fettucine fatte in casa. Il tutto a 600T a testa (mezzo euro). Conosciamo anche il marito e i figli: due gemelli mashi e una bambina, che si divertono a farsi fotografare da Michael.
In pomeriggio dopo la siesta, bagni nel lago e bagni di fango per Lucio. L’acqua è sulfurea.
Una scena felliniana di due donne con ombrello che passeggiano sulle sponde del lago mi colpisce inaspettatamente.
Dopodichè ripartiamo: monumento a Gengis Khan nel nulla e di lì a breve andiamo alle fonti di acqua mongole, con siparietto di un nido con dentro tre piccoli falchi, nutriti dalla mamma a topolini bianchi.
Ora siamo nella gher che ci ospiterà per la notte e cuciniamo. Niente tenda stanotte, ma sacco a pelo sopra un lettino.

al lago
gemelli

Giornata in famiglia

pubblicato il 2 July 2006 alle 20:30

La nottata passata è stata terribile. Ero solo nella mia tenda, insonne, sotto un temporale implacabile. Una pioggia pesantissima m’ha tenuto sveglio e sbirciando da un angolo della cerniera vedevo i lampi a catena sui monti attorno. Ricordandomi della strada che portava qui, con tutti quei “mozziconi” d’albero, non potevo chiudere occhio. Quei pochi minuti concessi al sonno sono stati rapiti da incubi popolati da divinità volanti in fiamme, dal corpo delle quali cadevano lapilli che andavano a spengersi in nuvole di vapore nel lago sottostante. Ripartiamo. A malincuore saluto questo angolo speciale che m’ha saputo accogliere con grandi sorprese e tranquillità. Il tempo della colazione e ci rimettiamo in viaggio. Raggiungiamo la nostra méta, un accampamento che sta a metà strada tra il monastero e una località dove si dice stia un monumento-statua dedicato a Gengis Khan (guarda caso!).
Ci accolgono con vivacità, dormiremo vicino alle loro gher questa notte. Il gruppo familiare è composto da un capofamiglia, nomato Bat (ariguarda caso!), venticinquenne, la moglie, una bellissia ragazza che ha venti anni e ricorda tantissimo nelle fattezze e nei lineamenti una pellerossa, il loro nipote, un ragazzo di diciotto anni che tiene i cavalli: un fisico incredibile, basso ma massiccio come una pietra. Poi ci sono altre due donne, le sorelle della ragazza sposata, due bambini sui 6-7 anni, altri due di circa 2-3 anni e un bambino piccolo piccolo, nato da poco. A completare il quadro un signore claudicante che avrà una quarantina d’anni. Hanno in tutto 16 cavalli e 3 puledri. Poi hanno molte mucche e una mandria mista di pecore e capre. In famiglia si adoperano tutti in varie mansioni: le donne ad esempio mungono le vacche, indossando rigorosamente il del (l’abito tradizionale) per l’occasione. Il padre di famiglia si occupa del piccolo, ma insieme all’altro ragazzo segue anche i cavalli o vanno a recuperare gli ovini.
Vita di gher oggi. Trascorriamo il tempo a conoscere questi mongoli gioiosi e dalle dentature bianco latte. Una cosa mai vista le loro dentature. Facciamo a cambio dei nomi e delle composizioni dei nostri familiari, disegno per i bambini e imparo le parole tipiche, illustrando qualche schizzo di cavallo o di gher. Scriviamo le nostre età e i nostri nomi, sentiamo cantare i bambini. Incuriosito vado a vedere, prendendone nota con uno schemino, il macchinario per scremare il latte e provo una coppa di crema. Sembra gelato, con un gusto fortissimo di latte.Io e Micheal abbiamo poi provato i loro cavalli e abbiamo assistito alle esercitazioni per il Nadaam della bambina, che si chiama Oogantogos. Sette anni e domani correrà insieme a tutti gli altri bambini della zona nella competizione a cavallo. Il cavallo scelto da Bat è il migliore che hanno. Lo prepara già da due settimane dandogli latte di cavalla da bere, un latte pieno di energia che recupera con un secchio mettendo il puledrino vicino la madre e mungendo le mammelle. La monta dei cavalli è diversa, sia come sella che come briglie. Si ha una sola briglia e un laccio nella mano sinistra: sella piccola, in corsa si sta in piedi.
I bambini sono letteralmente impazziti per la macchinetta digitale. Gliel’ho affidata e sono un continuo ritrarre tutti e poi vedere i risultati sul display. Massì tanto oramai di batteria non ce n’è più!
Prendo l’indirizzo per spedire le foto e prima di notte salutiamo Bat, Onorjargal, Zolboo, Ugan-hu, Oogantogos, Dolgoon, Toòia, Tongalag, Altanzaiaà, Onorzaiaà, Altan Houik, e Otgonbaiar.


Alle rocce e riposo

pubblicato il 1 July 2006 alle 22:00

Giornata tranquilla oggi. Ce la prendiamo comoda. Appena finita la colazione saliamo sulle rocce che stanno alla destra del nostro accampamento: un centinaio di metri d’altezza di formazione granitica tutta spigoli e rotondità. Peccato per la presenza delle odiosissime mosche che si sono aggiunte alla fatica e alla sudata della salita. Sterpaglie e dirupi: veramente da gente poco sana di mente. La nostra guida improvvisata è un uomo uscito dal nulla, come al solito, con un paio di scarpe da contadino che su quelle rocce lisce farebbero impallidire chiunque: eppure sale su, pare una capretta. Ci porta fin su, fino ad una caverna, probabilmente nido di una nidiata di falchi a giudicare dalle piume che trovo. Ne prendo qualcuna da riportare a casa. C’è freschissimo dentro e cosa ancora migliore non entrano le mosche. Un angolo di paradiso che ripara dall’afa e da quei pungiglioni che trapassano la t-shirt, probabilmente avvezzi a bucare la spessa pelle dei cavalli: m’appoggio ad una parete e non uscirei più fino a sera. Da qualche bucatura o strisciando o tirando fuori la testa si riescono a raggiungere dei punti panoramici suggestivi, che danno una perfetta visione del lago, del tempio e dei dintorni incontaminati. Scruto spostando lo sguardo dalla gher al tempio e continuando fino alle rocce dove mi trovavo poco fa. Un ultimo colpo d’occhio dall’alto, che domattina già si riparte. Ci infiliamo, strusciamo, saliamo e scendiamo, corriamo perfino per raggiungere di nuovo la piana. Lungo la discesa da un altro costone, mi fanno notare rocce dipinte, scolpite e lavorate, in maniera così ancestrale che reputo essere antichissime. Poi su di una parete un bassorilievo che incanta: tutta dipinta e sporgente sta una divinità con una spada fiammeggiante nella mano, contornata da scritte in tibetano. Resto muto per qualche minuto. La giornata procede come il suo inizio, in più lenta, dilatata. Seguo le mucche che ritornano dal pascolo, sotto un sole più clemente, mi accocolo su qualche sasso caldo a gambe nude. Guardo gli insetti, gli uccelli che mi sorvolano, mi gusto il silenzio e metto da parte una sensazione che non dimenticherò mai. La gher è il rifugio perfetto da tutto: caldo, freddo, insetti, bambini rumorosi. Le giornate durano davvero il doppio del normale ed è tutto così denso quando cambi modo di vivere. Una dimensione più personale senza preoccupazioni. Guardo le donne che vanno al pozzo a prendere l’acqua e prima di sera so che toccherà anche a me, ma ho il tempo per pensare alle cose da fare e quando farle. Par poco questo rispetto alle vite che conduciamo a casa?

Soggiorno a Baldan Baravain

pubblicato il 30 June 2006 alle 22:00

Presso il tempio di Baldan Baravain ci sono qualche gher e in particolare una è abitata da una coppia anziana e da un’altra coppia di giovani, che capirò poi essere i custodi della zona. Tutto intorno all’appezzamento di terra, alcuni pali e portali in legno colorato, segnalano l’area sacra.
Ci accolgono nella gher e i due ragazzi si offrono per farci visitare il tempio e tutte le vestigia abbandonate del complesso attorno. Il monastero è oggetto di restauro, oramai fermo da anni, da parte di una qualche associazione. Lo testimoniano i sostegni in legno e le travi lavorate depositate a terra. Dopo la breve gita soleggiata un po’ tutti a turno, si sono fatti una bella dormita nella gher, compresi Michael e Lucio.
Dopo svegliati ci apprestiamo a smontare la batteria del nostro furgone al fine di avviare un accrocchio elettronico, il quale a sua volta alimenta una tv e un lettore dvd cinese. In una cassetta, dvd cinesi a go go. E così finisce che per un paio d’orette riesco a vedere Shaolin Soccer, con Lucio e due nonni mongoli, in una gher a centinaia di kilometri dalla civiltà.
Questa terra oramai non mi stupisce più, ma so che ne riserva tantissime altre, di certo!
La natura qui si avvicina quasi con curiosità e noi non siamo più abituati. Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili in questa zona est e d’estate, tutto il resto interagisce con familiarità. Oh! I falchi che sorvolano a pochi metri dalla testa, immobili a mezz’aria, silenziosi. Si mimetizzano nel vento e scrutano tutto; poi magari li vedi su una roccia a bordo della strada che ti squadrano. No, decisamente non ci sono abituato. Pare che tutta la natura, nelle sue manifestazioni moltplici, mi trasmetta una sensazione di sacralità, di imponenza, di presenza attiva: immagini incisive gli animali o i pochi alberi che si incontrano. Acquista un senso ritrovarli descritti o riprodotti nella sfera del leggendario, del mitico, del sacro. La natura non si offende qui, guai! E non lo farei di certo. Un volta che ti senti nelle sue mani, completamente, impari a rispettarla come una madre severa.
I cani del posto nutriti con quattro bocconi: uno s’è accaparrato una marmotta al volo oggi! Uscita da un buco e acchiappata, ma non se l’è mangiata. Appaiono tutti smagriti e con la pelliccia cadente: quasi la maggior parte con qualche gene di lupo, ma sfibrati da insetti onnipresenti o dai prossimi e passati rigidi inverni.
Verso sera i due giovani hanno preteso 2000T per la visita, portando due biglietti posticci stampati con chissà quale (ma soprattutto chissà dove) getto di inchiostro, i quali raffigurano il monastero, in una foto completamente distorta. Ha pagato Lucio, perchè compreso nel viaggio forse. Il vecchietto s’è aggiudicato una delle nostre mele, dalla cena campale, prelibatezza verde dal diametro di 3 cm (made in china di sicuro). Tè con latte per tutti e cacche secche a bruciare intorno, per tenere distanti mosche e moscerini implacabili.

Cinema in gher