Babel
Deserti e pieni eccessivi che si scontrano e si incastrano. Deserti tattili di chi non ha l’affetto a portata di pelle; di là: balli, strusciamenti sudore e chiasso. Desolazioni d’affetto, mancanze, distanze incolmabili. Deserti fisici marocchini, messicani, piani nobili metropolitani. Vuoti esistenziali e affannosi tentativi di colmarli invano. Qual’è la sensazione di vuoto dopo l’uscita di scena di un elicottero, che parte da un paese di quattro case sconosciuto? Fa lo stesso rumore della mano che ti conforta, con una stretta che manca da tempo incalcolabile? E la perdita di un figlio? Ha la stessa drammatica intensità di realizzare la propria ineluttabile, spietata estraneità dal mondo dei suoni?
Con una raffinatezza di montaggio ammirevole e in certi punti poesia pura, avviene l’incastro di queste tre storie, che concludono la trilogia del dolore, nella maniera più sottilmente straziante. Trasversalmente veniamo attraversati dal motivo dell’amore per i figli e dell’incomunicabilità globale, la babele linguistica appunto, ma anche sentimentale. Un film che fa scoppiare una rete di collegamenti fisicocerebrali come pochi, con la solita schiettezza e fisicità sanguigna da messicano di Inarritu . I grandissimi primi piani, i tocchi delle mani, gli sguardi. La grande capacità di dipingere la miseria in tutte le sue forme e di renderla splendente di bellezza. Su tutto, ribadisco, il puzzle silenzio-suono che fa da sottofondo magistrale a questa pellicola.
Una vera degna conclusione, che non tiene il ritmo frenetico di Amores Perros, se non nella scena della discoteca (fantastica!), ma arriva un po’ troppo più lungo.
Chi si ferma alla trama meramente tangibile, si perderà tutto il resto.