Babel

pubblicato il 23 March 2007 alle 00:56

Deserti e pieni eccessivi che si scontrano e si incastrano. Deserti tattili di chi non ha l’affetto a portata di pelle; di là: balli, strusciamenti sudore e chiasso. Desolazioni d’affetto, mancanze, distanze incolmabili. Deserti fisici marocchini, messicani, piani nobili metropolitani. Vuoti esistenziali e affannosi tentativi di colmarli invano. Qual’è la sensazione di vuoto dopo l’uscita di scena di un elicottero, che parte da un paese di quattro case sconosciuto? Fa lo stesso rumore della mano che ti conforta, con una stretta che manca da tempo incalcolabile? E la perdita di un figlio? Ha la stessa drammatica intensità di realizzare la propria ineluttabile, spietata estraneità dal mondo dei suoni?
Con una raffinatezza di montaggio ammirevole e in certi punti poesia pura, avviene l’incastro di queste tre storie, che concludono la trilogia del dolore, nella maniera più sottilmente straziante. Trasversalmente veniamo attraversati dal motivo dell’amore per i figli e dell’incomunicabilità globale, la babele linguistica appunto, ma anche sentimentale. Un film che fa scoppiare una rete di collegamenti fisicocerebrali come pochi, con la solita schiettezza e fisicità sanguigna da messicano di Inarritu . I grandissimi primi piani, i tocchi delle mani, gli sguardi. La grande capacità di dipingere la miseria in tutte le sue forme e di renderla splendente di bellezza. Su tutto, ribadisco, il puzzle silenzio-suono che fa da sottofondo magistrale a questa pellicola.
Una vera degna conclusione, che non tiene il ritmo frenetico di Amores Perros, se non nella scena della discoteca (fantastica!), ma arriva un po’ troppo più lungo.
Chi si ferma alla trama meramente tangibile, si perderà tutto il resto.

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Videoclip

pubblicato il 6 March 2007 alle 22:40

Lampioni che scorrono, aprendosi. Ci vorrebbe un occhio-telecamera. A sedici noni, almeno così pare, ma la vista umana mi sembra più “stondata”.
Zoom sulla ruota bagnata del camion. Nastri di guardrail. Musica, ore di musica in solitaria: un modo per compenetrare umano e suono, voci e parole, mente e dispersione. Mi perdo, sbaglio strada. Appositamente? O distrazione?
Il paesaggio italiano è sempre uguale a sè stesso oramai. Un’Italia reiterata e contemporaneamente caratterizzata. Vedo i paesini che corrono ad abbarbicarsi sopra l’anonimìa di capannoni sgargianti di luci, neon spenti nel pomeriggio, vetri su vetri di serre contenenti automobili metallizzate. Non è forse ogni momento buono per far un salto nell’ipercapannone di competenza nel circondato? E che belle che sono le nuove casette a schiera di cartone o questi bèi palazzoni ancorati ad uno stile di quarant’anni fa?
Pianure arate e puzzo di maiale.
Sceneggiature per videoclip, tratte da viaggio italico contenente nostalgia di un paesaggio estinto.