Ritorno a U.B.

pubblicato il 6 July 2006 alle 10:18

Fiacca mattinata con passeggiata salutare nel bosco vicino al campo. Raggiungo un ovoo su di una collina, per passare il tempo tra colazione e pranzo. Nel bosco di abeti incontro una mandria di cavalli che si godono l’ombra e sto un po’ con loro, scattando qualche fotografia sotto i raggi di sole che passano attraverso i rami. L’effetto non è male. In pomeriggio ripartiamo per Ulaan Bataar.

Terelj

pubblicato il 5 July 2006 alle 10:16

Visita a Terelj, parte di un grosso parco naturale e luogo deputato al turismo più becero, ahimè. Io e Michael ci incamminiamo sul lungo sentiero che porta fino al tempio detto “Dei Cento Gradini”. La calura è opprimente e siamo a rischio insolazione, senza contare gli insetti che ci perseguitano continuamente. Giungiamo sulla scalinata dopo aver attraversato un ponte tibetano e iniziamo la salita di buona lena. In effetti son cento, anche qualcuno in più, e si fanno anche sentire! Non sono stati davvero ad utilizzare rapporti ergonomici razionalisti nella realizzazione di questi scalini, quanto piuttosto una qualche cabala legata ad un numero cardine del buddhismo. Giunti al tempio in legno tutto colorato incastonato tra le pietre, ci godiamo il fresco della sala principale, la tranquillità e un po’ di requie dagli insetti.
Al ritorno picnic agghiacciante (in realtà bollente) sotto la “Turtle Rock”. La sera ci fermiamo in un gher camp locale, Terelj Juulchin, o qualcosa del genere. In un edificio dalle presunte parvenze di hotel riesco a vedere i goal dell’Italia ai mondiali. Incredibilmente stiamo passando tutte le partite. Dopo cena girovago da solo per il campo e sotto un gazebo incoccio una strana compagnia di tre sessantenni giapponesi e la loro traduttrice/guida mongola, una ragazza di 18 anni. Mi intrattengo con loro raccontando del mio viaggio in giappone, mentre mi vengono offerti pesciolini secchi (il classico snack a sacchetti portato dalla madre patria) e bicchieri di whiskey e brandy. Loro sono già abbastanza sbronzi. Lo scopo del loro viaggio è la ricerca e la fotografia di farfalle, la loro passione principale. Uno di loro lavorava per la Olivetti. La serata termina qui e me ne torno in branda dove gli altri due sono già a russare.

Panni sporchi

pubblicato il 4 July 2006 alle 09:52

Oggi niente di che, ma qui è già molto più di niente. Convinciamo Lucio a cercare un fiume e lo troviamo, lungo la strada in direzione Terelj.
Non riusciamo più a sostenere la calura e il vuoto totale che caratterizza i dintorni del lago vulcanico. Lucio voleva farci girare per un sobborgo di baracche desolato, mimando con indice e medio l’omino che cammina. Ci siamo rifiutati.
Allora apro il frasario e traducendo “walk” in mongolo faccio cenno di no e poi segno sulla cartina un fiume, più o meno sulla tratta che ci porta alla prossima tappa.
Pranzo con fusilli al ragù, risposino sul furgone durante un’abbondante versa di pioggia e poi via, a lavare i panni e lavare noi stessi nell’acqua gelida. Stento a credere che usiamo acqua di fiume per bere e cucinare e penso che un tempo si faceva così anche da noi. Lucio lava il furgone in un guado poco distante. Verso sera troviamo un bel posto per piazzare le tende.

panni

Al lago

pubblicato il 3 July 2006 alle 08:00

Saluto a malincuore la famiglia che ci ha ospitato. Sono veramente fantastici, invidiabili. Abbiamo dormito con le nostre tende fuori dalle gher. Mi sono divertito e loro sono stati entusiasti, ma d’altronde la vita da nomade, o viaggiatore che sia, è scandita da addii.
Partiamo in direzione dei laghi vulcanici di Avraga. Oogantogos e il padre non ci sono : li vediamo lungo la strada che si dirigono al Nadaam, la piccola ci saluta dal cavallo. In distanza ho notato che in testa ha un cappello conico, ricoperto con pezzi di specchio che, riflettendo il sole, danno l’idea che abbia una stella sulla fronte.
Prima di giungere alle spiagge sul lago, dopo un po’ di ricerca in un grosso insediamento, troviamo una gher ristorante nelal quale la donna di casa ci prepara davanti agli occhi ottimi buuz e un po’ di fettucine fatte in casa. Il tutto a 600T a testa (mezzo euro). Conosciamo anche il marito e i figli: due gemelli mashi e una bambina, che si divertono a farsi fotografare da Michael.
In pomeriggio dopo la siesta, bagni nel lago e bagni di fango per Lucio. L’acqua è sulfurea.
Una scena felliniana di due donne con ombrello che passeggiano sulle sponde del lago mi colpisce inaspettatamente.
Dopodichè ripartiamo: monumento a Gengis Khan nel nulla e di lì a breve andiamo alle fonti di acqua mongole, con siparietto di un nido con dentro tre piccoli falchi, nutriti dalla mamma a topolini bianchi.
Ora siamo nella gher che ci ospiterà per la notte e cuciniamo. Niente tenda stanotte, ma sacco a pelo sopra un lettino.

al lago
gemelli

Giornata in famiglia

pubblicato il 2 July 2006 alle 20:30

La nottata passata è stata terribile. Ero solo nella mia tenda, insonne, sotto un temporale implacabile. Una pioggia pesantissima m’ha tenuto sveglio e sbirciando da un angolo della cerniera vedevo i lampi a catena sui monti attorno. Ricordandomi della strada che portava qui, con tutti quei “mozziconi” d’albero, non potevo chiudere occhio. Quei pochi minuti concessi al sonno sono stati rapiti da incubi popolati da divinità volanti in fiamme, dal corpo delle quali cadevano lapilli che andavano a spengersi in nuvole di vapore nel lago sottostante. Ripartiamo. A malincuore saluto questo angolo speciale che m’ha saputo accogliere con grandi sorprese e tranquillità. Il tempo della colazione e ci rimettiamo in viaggio. Raggiungiamo la nostra méta, un accampamento che sta a metà strada tra il monastero e una località dove si dice stia un monumento-statua dedicato a Gengis Khan (guarda caso!).
Ci accolgono con vivacità, dormiremo vicino alle loro gher questa notte. Il gruppo familiare è composto da un capofamiglia, nomato Bat (ariguarda caso!), venticinquenne, la moglie, una bellissia ragazza che ha venti anni e ricorda tantissimo nelle fattezze e nei lineamenti una pellerossa, il loro nipote, un ragazzo di diciotto anni che tiene i cavalli: un fisico incredibile, basso ma massiccio come una pietra. Poi ci sono altre due donne, le sorelle della ragazza sposata, due bambini sui 6-7 anni, altri due di circa 2-3 anni e un bambino piccolo piccolo, nato da poco. A completare il quadro un signore claudicante che avrà una quarantina d’anni. Hanno in tutto 16 cavalli e 3 puledri. Poi hanno molte mucche e una mandria mista di pecore e capre. In famiglia si adoperano tutti in varie mansioni: le donne ad esempio mungono le vacche, indossando rigorosamente il del (l’abito tradizionale) per l’occasione. Il padre di famiglia si occupa del piccolo, ma insieme all’altro ragazzo segue anche i cavalli o vanno a recuperare gli ovini.
Vita di gher oggi. Trascorriamo il tempo a conoscere questi mongoli gioiosi e dalle dentature bianco latte. Una cosa mai vista le loro dentature. Facciamo a cambio dei nomi e delle composizioni dei nostri familiari, disegno per i bambini e imparo le parole tipiche, illustrando qualche schizzo di cavallo o di gher. Scriviamo le nostre età e i nostri nomi, sentiamo cantare i bambini. Incuriosito vado a vedere, prendendone nota con uno schemino, il macchinario per scremare il latte e provo una coppa di crema. Sembra gelato, con un gusto fortissimo di latte.Io e Micheal abbiamo poi provato i loro cavalli e abbiamo assistito alle esercitazioni per il Nadaam della bambina, che si chiama Oogantogos. Sette anni e domani correrà insieme a tutti gli altri bambini della zona nella competizione a cavallo. Il cavallo scelto da Bat è il migliore che hanno. Lo prepara già da due settimane dandogli latte di cavalla da bere, un latte pieno di energia che recupera con un secchio mettendo il puledrino vicino la madre e mungendo le mammelle. La monta dei cavalli è diversa, sia come sella che come briglie. Si ha una sola briglia e un laccio nella mano sinistra: sella piccola, in corsa si sta in piedi.
I bambini sono letteralmente impazziti per la macchinetta digitale. Gliel’ho affidata e sono un continuo ritrarre tutti e poi vedere i risultati sul display. Massì tanto oramai di batteria non ce n’è più!
Prendo l’indirizzo per spedire le foto e prima di notte salutiamo Bat, Onorjargal, Zolboo, Ugan-hu, Oogantogos, Dolgoon, Toòia, Tongalag, Altanzaiaà, Onorzaiaà, Altan Houik, e Otgonbaiar.


Alle rocce e riposo

pubblicato il 1 July 2006 alle 22:00

Giornata tranquilla oggi. Ce la prendiamo comoda. Appena finita la colazione saliamo sulle rocce che stanno alla destra del nostro accampamento: un centinaio di metri d’altezza di formazione granitica tutta spigoli e rotondità. Peccato per la presenza delle odiosissime mosche che si sono aggiunte alla fatica e alla sudata della salita. Sterpaglie e dirupi: veramente da gente poco sana di mente. La nostra guida improvvisata è un uomo uscito dal nulla, come al solito, con un paio di scarpe da contadino che su quelle rocce lisce farebbero impallidire chiunque: eppure sale su, pare una capretta. Ci porta fin su, fino ad una caverna, probabilmente nido di una nidiata di falchi a giudicare dalle piume che trovo. Ne prendo qualcuna da riportare a casa. C’è freschissimo dentro e cosa ancora migliore non entrano le mosche. Un angolo di paradiso che ripara dall’afa e da quei pungiglioni che trapassano la t-shirt, probabilmente avvezzi a bucare la spessa pelle dei cavalli: m’appoggio ad una parete e non uscirei più fino a sera. Da qualche bucatura o strisciando o tirando fuori la testa si riescono a raggiungere dei punti panoramici suggestivi, che danno una perfetta visione del lago, del tempio e dei dintorni incontaminati. Scruto spostando lo sguardo dalla gher al tempio e continuando fino alle rocce dove mi trovavo poco fa. Un ultimo colpo d’occhio dall’alto, che domattina già si riparte. Ci infiliamo, strusciamo, saliamo e scendiamo, corriamo perfino per raggiungere di nuovo la piana. Lungo la discesa da un altro costone, mi fanno notare rocce dipinte, scolpite e lavorate, in maniera così ancestrale che reputo essere antichissime. Poi su di una parete un bassorilievo che incanta: tutta dipinta e sporgente sta una divinità con una spada fiammeggiante nella mano, contornata da scritte in tibetano. Resto muto per qualche minuto. La giornata procede come il suo inizio, in più lenta, dilatata. Seguo le mucche che ritornano dal pascolo, sotto un sole più clemente, mi accocolo su qualche sasso caldo a gambe nude. Guardo gli insetti, gli uccelli che mi sorvolano, mi gusto il silenzio e metto da parte una sensazione che non dimenticherò mai. La gher è il rifugio perfetto da tutto: caldo, freddo, insetti, bambini rumorosi. Le giornate durano davvero il doppio del normale ed è tutto così denso quando cambi modo di vivere. Una dimensione più personale senza preoccupazioni. Guardo le donne che vanno al pozzo a prendere l’acqua e prima di sera so che toccherà anche a me, ma ho il tempo per pensare alle cose da fare e quando farle. Par poco questo rispetto alle vite che conduciamo a casa?