Soggiorno a Baldan Baravain

pubblicato il 30 June 2006 alle 22:00

Presso il tempio di Baldan Baravain ci sono qualche gher e in particolare una è abitata da una coppia anziana e da un’altra coppia di giovani, che capirò poi essere i custodi della zona. Tutto intorno all’appezzamento di terra, alcuni pali e portali in legno colorato, segnalano l’area sacra.
Ci accolgono nella gher e i due ragazzi si offrono per farci visitare il tempio e tutte le vestigia abbandonate del complesso attorno. Il monastero è oggetto di restauro, oramai fermo da anni, da parte di una qualche associazione. Lo testimoniano i sostegni in legno e le travi lavorate depositate a terra. Dopo la breve gita soleggiata un po’ tutti a turno, si sono fatti una bella dormita nella gher, compresi Michael e Lucio.
Dopo svegliati ci apprestiamo a smontare la batteria del nostro furgone al fine di avviare un accrocchio elettronico, il quale a sua volta alimenta una tv e un lettore dvd cinese. In una cassetta, dvd cinesi a go go. E così finisce che per un paio d’orette riesco a vedere Shaolin Soccer, con Lucio e due nonni mongoli, in una gher a centinaia di kilometri dalla civiltà.
Questa terra oramai non mi stupisce più, ma so che ne riserva tantissime altre, di certo!
La natura qui si avvicina quasi con curiosità e noi non siamo più abituati. Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili in questa zona est e d’estate, tutto il resto interagisce con familiarità. Oh! I falchi che sorvolano a pochi metri dalla testa, immobili a mezz’aria, silenziosi. Si mimetizzano nel vento e scrutano tutto; poi magari li vedi su una roccia a bordo della strada che ti squadrano. No, decisamente non ci sono abituato. Pare che tutta la natura, nelle sue manifestazioni moltplici, mi trasmetta una sensazione di sacralità, di imponenza, di presenza attiva: immagini incisive gli animali o i pochi alberi che si incontrano. Acquista un senso ritrovarli descritti o riprodotti nella sfera del leggendario, del mitico, del sacro. La natura non si offende qui, guai! E non lo farei di certo. Un volta che ti senti nelle sue mani, completamente, impari a rispettarla come una madre severa.
I cani del posto nutriti con quattro bocconi: uno s’è accaparrato una marmotta al volo oggi! Uscita da un buco e acchiappata, ma non se l’è mangiata. Appaiono tutti smagriti e con la pelliccia cadente: quasi la maggior parte con qualche gene di lupo, ma sfibrati da insetti onnipresenti o dai prossimi e passati rigidi inverni.
Verso sera i due giovani hanno preteso 2000T per la visita, portando due biglietti posticci stampati con chissà quale (ma soprattutto chissà dove) getto di inchiostro, i quali raffigurano il monastero, in una foto completamente distorta. Ha pagato Lucio, perchè compreso nel viaggio forse. Il vecchietto s’è aggiudicato una delle nostre mele, dalla cena campale, prelibatezza verde dal diametro di 3 cm (made in china di sicuro). Tè con latte per tutti e cacche secche a bruciare intorno, per tenere distanti mosche e moscerini implacabili.

Cinema in gher

Diario di viaggio in Mongolia - Verso Baldan Baravain

pubblicato il 29 June 2006 alle 21:30

Svegliati questa mattina presto, un’ottima colazione e subito partenza per la prossima mèta. Lasciamo il lago Khokh per altre praterie verdi solcate da piste sterrate e inclementi per sospensioni e schiene. Sto sempre davanti, sono troppo bramoso di novità. Micheal si gode i restanti 6 sedili posteriori, stravaccato in lungo e in largo e ogni tanto s’appisola un po’. Ieri ci siamo conosciuti meglio girovagando intorno al lago e sulla montagnola sovrastante. Abita a Bruxelles in compagnia di altri due inquilini in una casa molto ampia, dotata di un ampio spazio per far concerti. Mi confida che la sua prima passione in assoluto è la musica e il rapido scambio di nomi ed entusiasmi rivela affinità elettive. E il realizzare che molti gruppi italiani conosciuti sono transitati per Bruxelles, come ad esempio gli Zu. Certo anche le due Hasselblad, panoramica e da ritratti e la F5 della Nikon non lasciano dubbi sulla passione seconda classificata. Lucio invece è un omone di 35 anni, taciturno per lo più, ma simpaticissimo. Instancabile ed abilissimo alla guida, rintraccia strade e piste invisibili ad occhi inesperti. Schiva le buche con maestria encomiabile, con un’attenzione morbosa per lo stato del veicolo che possiede. Comunichiamo con lui col mio frasario, spesso e volentieri mischiando le parole per generare frasi e concetti assurdi per farci delle risate.

Verso fine mattinata, in un ampia valle, ci fermiamo presso un recinto di pietre antiche, infisse nel terreno. Avviciniamo anche la prima gher,non distante: Lucio conosce la famiglia proprietaria. Ma Lucio conosce tutti in Mongolia, capirò poi. Una donna di presunti 50 anni e due ragazzine di 12 circa, ci accolgono senza problemi e ci fanno accomodare sui banchetti arancio acceso decorati a fiori. Alzo lo sguardo e sorrido contemplando le stecche della gher, intarsiate, bellissime. Tutta la parte in legno è colorata in arancione. I mobili, i tappeti. La testa gira attorno per afferrare i dettagli, le foto dei parenti, gli strumenti, la vita.Ci offrono latte, crema e poi lo yogurt con lo zucchero. Penso il più buono mangiato in vita mia. All’uscita della gher assistiamo al montaggio di una ltro paio di gher da parte di alcuni uomini. Vicino, siccome in questa zona non manca, c’è una piccola falegnameria per il legname. Alcune baracche attorno son costruite in tavole d’abete.

Risaliamo sullo UAZ e dopo un lungo tratto di prateria attraverso una pista in condizioni pessime, costeggiamo il Khangil Nuur lago abbastanza esteso, costellato di sculture di cervi in cemento e piccoli stupa bianchi, qua e là. Dopodichè segue la salita veramente ostica sopra una montagna, la cui particolarità è una vegetazione tartassata dai fulmini, che hanno creato un paesaggio surreale di mozziconi neri e tronchi inceneriti, sotto i quali crescono i nuovi virgulti. Il paesaggio è mozzafiato, per lo più la vista di queste rocce granitiche, rossastre e consunte dal tempo: picchi scavati e poi uno spiazzo con ben tre Ovoo nel punto di valico.

Discesi lungo una strada accidentata e ingombra di massi, ci ritroviamo in un’altra vallata verde molto ampia e ricca di alberi intorno. Scaliamo una grossa formazione rocciosa molto suggestiva, tanto per sgranchirci un po’. Le rocce sono levigate e formano bucature che ricordano vasche. I prati sotto di noi sono punteggiati di fiori gialli. Risaliti percorriamo altri dieci minuti sulla pista di nuovo pianeggiante e incredibilmente mi sorprendo nel valicare un dosso, che superato, lascia sgombro lo sguardo su un tempio molto grande e diroccato, dietro il quale si alzano dei pendii rocciosi. Non mi aspettavo di certo che sarebbe stato questo il posto in cui avremmo campeggiato per due notti. Son praticamente già innamorato del posto: un piccolo lago, un trio di gher della famiglia custode e poi tutte queste rovine buddiste integrate nella roccia. Mangiamo all’aperto, sul prato, e le mosche mangiano noi. Ci fanno visita il vecchio capofamiglia locale, particolarissimo con le sue nike tutte bianche prese chissà dove: ci dice che possiamo stare, mettere le tende e siamo benvenuti nelle loro gher. Noi offriamo mele, che son rare e prelibate. Vengono dalla Cina e son piccole e tonde, come bilie verde chiaro. Noi c’arrangiamo con spaghetti tonno e cipolla che conquistano anche Lucio e rammentano lontanamente un sapore di casa.

Anche in questa zona ci accolgono nella gher e una coppia di giovani ci accompagna al vecchio tempio di Baldan Baravain e poi presso quello nuovo, completamente ricostruito in legno, al di fuori delle antiche murature. Capisco che questo è il tempio di cui avevo letto a riguardo di un progetto di volontari, che tentavano la sua ricostruzione.

Michael si fa una dormita nella gher, un po’ come Lucio e anche tutto il resto dei presenti. Nel frattempo io m’aggiro per i dintorni, tra questo ampio prato che divide il nostro accampamento, più vicino al lago e la zona del tempio con le gher. Esploro le rocce dipinte dai monaci di un tempo. Contemplo il budda che prima delle purghe staliniste era stato inciso nelle pareti granitiche. Colorato e quieto. Osservo i greggi tornare ai recinti, da soli. Tutto scorre lentamente e placidamente e pratico già ardite volontà di restare qui per sempre. Oramai telefono e orologio sono cose che non m’appartengono più. Pensieri molto forti, nel vento, negli sguardi in distanza, nel passaggio di un falco a bassa quota, che silenzioso non batte nemmeno le ali. I piedi nudi sulla roccia.
La natura si avvicina quasi con curiosità qui Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili d’estate, tutto il resto interagisce con diffidente familiarità, sicuro che difficilmente qualcuno si permette di disturbare. Scopro dove è situato il pozzo: l’acqua è talmente gelata che sul fondo si scorge come un grosso fiore di ghiaccio, una sorta di esplosione pietrificata azzurra.

La sera, a cena nel nosro accampamento, una coppia lui smilzo, lei tarchiata, arrivano su una moto cinese simile ad un Honda. I copertoni sono esausti e non riesco a comprendere come facciano ad andare in un terreno così accidentato. Così ma la fanno provare. Sembra di andare con una moto d’acqua tra le onde, si scivola da tutte le parti e si rimbalza continuamente. Un po’ di tè anche a loro, che ripartono immediatamente. Quando si è accampati si diventa un sorta di gher e l’usanza di ricevere e condividere con i passanti segue le stesse meccaniche. Dopo la cena tutti in tenda.

Scendendo dai pendii

Baldan Baravain Khiid

Bikers

Diario di viaggio in Mongolia - Khokh Nuur

pubblicato il 28 June 2006 alle 22:00

Dopo una notte alterna di insonnia e sogni visionari, scritti, ronfate e quant’altro, sento entrare Boloorm dal portone della guesthouse. Mi prepara la colazione, che non sapevo compresa, ma non faccio di certo storie, perchè ho fame e il viaggio non so cosa mi riserva. Quindi doppio uovo fritto, pane e marmellata e tea! Dopo un po’ che sto alla finestra della cucina, vedo arrivare un furgoncino verde militare, stile russo, molto alto sulle ruote dentate. E’ lo Uaz di Lucio. Carico silenzioso, ma sorridente le mie cose e ci avviamo per la zona est di UB, dove recupereremo Michael alla guesthouse di Mejet. Abbiamo l’indirizzo, ma dobbiamo chiedere in giro a chiunque per trovare il posto, perchè non usano cartelli per le vie, numeri o altre cose di basilare organizzazione toponomastica. La maggior parte delle risposte è un’alzata di spalle o il tipico dehguì (non so) scazzato.
Non si sa come arriviamo in uno spazio sterrato, racchiuso tra altissimi palazzoni bianchi, con spartane finestre quadrate. Un recinto da incubo su un aia ingombra di fanghi, spazzatura, cani, bambini, relitti umani. Mi sento mancare l’aria. Lucio indica un ingresso e dice Maicò. Alchè entro dentro e inizio a cercare su per le scale del condominio. Arrivo sulla cima senza trovar traccia nè di Michael, nè di un’eventuale scritta guesthouse. Ci sono solo portoni di ferro o di legno sprangati, senza nomi. Torno giù giusto in tempo per vedere che Michael è giù con Lucio e con Mejet, che evidentemente deve averlo accompagnato con l’auto. Tutto risolto. Scambio i saluti con Mejet, altro autista di nota fama in rete e con il quale avevo intrattenuto un precedente scambio di mail, per sapere se avesse disponibilità per un viaggio.
In dieci minuti ci stiamo dirigendo a est con il nostro chiassoso UAZ quattro per quattro, su strade indescrivibilmente dissestate. La guida è libera. Ci sono macchine con guida a destra o guida a sinistra. La maggior parte ha il vetro anteriore venato da testate in conseguenza di frenate brusche. Non è contemplata la precedenza. Si suona il clacson e si va di prepotenza, spesso contromano o a centrostrada per evitare le voragini nell’asfalto, o meglio, nei lastroni di cemento che costituiscono la carreggiata. Non riesco a scrivere neppure tanto bene da tanto che è dissestata.
Siamo usciti fuori città e per circa mezzora non spiccichiamo parola, tanto è lo stupore di passare da un ambiente urbano abbietto, ad una sensazione di apertura immensa di questo verde senza confini. A destra e a sinistra qualche gher isolata e qualche sito rurale. Mezzi in panne, cani, bambini.
Ci fermiamo presso un Ovoo (letteralmente cumulo, ma in realtà cumulo di pietre che segna il passaggio e la presenza degli antenati) dove altri guidatorici offrono vodka e scambiano qualche parola. C’è anche una piccola statuetta in pietra, raffigurante una tartaruga con un monolite sul guscio. All’Ovoo si lancia un sasso o si lascia un presente in offerta, poi si compiono tre giri, sempre e rigorosamente in senso orario!
Qui verde, verde e ancora verde. Sono valli infinite che invitano a scoprire cosa nascondono l’una dopo l’altra. L’unica presenza dell’uomo sono gher sempre più sparute. L’unica variazione cromatica al verde è dovuta alla presenza delle nuvole vicinissime, che proiettano la loro ombra sopra di noi.
Dal nulla Lucio esclama Nadaam e poi lo dice con fare interrogativo. Seguo il suo indice e scorgo in una vasta piana un assembramento di persone. Annuisco dal sedile anteriore accanto al suo. E chi se la perde una corsa di cavalli di campagna inaspettata?
Allora picnic al limitare del Nadaam, con le nostre belle seggioline. Ci lanciamo subito tra gli autoctoni con curiosità e obiettivi protesi. Corrono i bambini, su cavalli piccoli e messi a lustro per l’occasione. Anche i piccoli sono vestiti con abiti caratteristici e multicolori. Tutto attorno i parenti si sono seduti, lasciando moto, jeep e furgoni parcheggiati a casaccio. I fantini dai 5 ai 9 anni si stanno preparando girando in cerchio e son ben felici di essere ritratti. Le colline più vicine non riesco a distinguere dove siano: ho perso il metro di misura ad occhio, non è possibile capire quanto ci si impiega da qui a laggiù. Preso tra questi pensieri e la vista inebriante del cielo e delle nuvole, mi giro di scatto quando il cerchio di bambini a cavallo inizia ad intonare un OOOOOooooh corale, intervallato da altre parole cantate. Questo OOOoooh stridulo, al contempo sanguigno, arcaico e dolcissimo mi fa venir la pelle d’oca e a ripensarci è una delle cose che m’hanno fatto più emozionare. Continuano a girare in circolo, chi in sella, chi a piedi. E poi è il momento della gara. Fulminea. Un polverone e un frugoletto vestito con una tuta verde acceso arriva in corsa verso i vecchi che lo acclamano come vincitore.
Che emozione. Questa cosa inattesa ci ha svegliato e rinvigoriti. Ci troviamo sorridenti a ripartire sul furgone, verso est. E il sorriso non cala.
Dopo boschi e praterie e strade sterrate, Lucio ferma il mezzo e mi chiede se una radura vicino ad un lago stupendo, va bene per piantare le tende. Domanda retorica. Non vediamo l’ora di fermarci proprio lì. Capisco anche il nostro equipaggiamento e le nostre scorte. Non ce la passiamo male, la prima cena ce la prepara Lucio, instancabile.

Sera. Il sole ancora non è tramontato e neppure so l’ora. Sto iniziando a perdere i contatti col quotidiano, qui, sulle rive del Khokh Nuur. La leggenda e la stele in pietra, circondata da molti guerrieri-palo, vogliono che Gengis Khan, Temujin fosse stato incoronato qui, presso la radura dall’altro lato del lago.
In un piccolo trekking intorno al lago siamo riusciti a scorgere un bel po’ di animali, tra cui un falco gigantesco, scoiattoli di terra, che fischiano dai loro buchi sottrranei il pericolo e un passaggio di uno stormo di uccelli da far impallidire anche il più esigente dei birdwatcher.
Gli insetti si trovano in gran numero e danno fastidio in egual misura. C’è un moscone gigante assurdo, con li occhi verdi metallizzati striati di giallo e una specie di piccolo pizzo: un muso quasi umano.
Ora vado a dormire. La tenda è pronta, non c’è un rumore, la luce s’affievolisce.

Rive del Khokh Nuur

Diario di viaggio in Mongolia - Secondo Giorno a UB

pubblicato il 27 June 2006 alle 21:11

Il secondo giorno ad UB mi accoglie con una pioggia torrenziale, già dal mattino. Eppure devo muovermi e raggiungere il centro. Ho il contatto di quel ragazzo, Michael e so che sta nella guesthouse da Mejet, sicuramente già da fine mattinata. Lo devo trovare e devo contattare Nyamaa per organizzare il viaggio.
Mi avvio sulla lunga strada che attraverso il ponte mi porta in centro. Non ho altro da fare che provare la tenuta della giacca a vento, vista la carenza di ombrelli: anche la vicina di pianerottolo, Boloorm, che ha cura della guest house, non ne usa.
Arrivato al post office recupero il numero della casa di Mejet così da contattare Michael. Sembra un tipo abbastanza sveglio, parla bene inglese (sicuramente meglio di me) e gli do appuntamento per l’una al Modern Nomads, un ristorante che desidero provare, a nord di Sukhbataar Square: primo passo verso l’avventura culinaria locale. Così possiamo pranzare assieme. Contatto pure Martino, un ragazzo così soprannominato, che studia italiano all’università di UB e che ho incontrato nell’ufficio di Nyamaa. Anche per lui stesso appuntamento: vuole passare un po’ di tempo con me per capire certe cose della nostra lingua, per sentirla parlare. E’ un soggetto abbastanza strambo, sui ventunanni con sempre su gli occhiali da sole e un accenno di baffetto. Ghigno stampato in viso, sempre.
Dopo i miei giri per le strade di una città incomprensibilmente trasandata, arrivo al locale, di qualità alta secondo gli standard. Ordino i buuz (buòz) a tutto spiano, i ravioli cotti a vapore che attendo di addentare da tempo: i primi più piccoli, di pesce serviti dentro una zuppa. Gli altri,quelli grandi, fatti con la carne di montone, enormi, una decina, che non riesco a finire. Nel frattempo nessuno degli invitati si presenta. Contemplo i miei avanzi con faccia sdegnata per lo spreco da me stesso perpetrato quando vedo arrivare in corsa gli occhiali scuri di Martino, attraverso la veranda. Entra e mi cerca. Mi faccio vedere perchè è talmente trafelato e c’è così poca luce che non mi puo’ scorgere. Poi fosse un po’ più sveglio da levarsi gli occhiali da sole! E io che credevo fossero solo gli italiani al mondo a non levarseli mai. Si siede davanti a quel ben di dio, che suppongo riesca a vedere solo a Natale, e glielo offro. Martino diluvia il tutto in pochi minuti, senza fiatare, mentre lo intrattengo con qualche discorso e sul fatto che stessi aspettando Michael, probabile compagno di viaggio.
Finito il pranzo ci riavviamo a piedi verso il centro, passiamo dalla piazza principale, tanto per vedere se Michael fosse lì, ma nulla. Allora torniamo al vicino ufficio postale per richiamare la guesthouse di Mejet. La moglie mi risponde che Michael è venuto in città e che m’aspettava da ore in piazza. Cazzo, ha capito IN piazza non A NORD della piazza.La speranza di incocciarlo è praticamente scesa a zero, così passo alla stanza attigua dove si usano i computer con internet. Devo aspettare e nel frattempo passeggio guardando dentro il vetro il primo che lasci il computer. Ad un tratto vedo un tizio che mi da le spalle e sul monitor leggo: Dear Fabio, I’m sorry we didn’t meet – e penso: è Lui! Così nasce la conoscenza con Michael, belga di 29 anni, con un grosso borsone nero strapieno di macchine fotografiche. Il passo all’ufficio di Nyamaa è breve. Ci accordiamo con la Boss per il viaggio, conosciamo il nostro autista: Lucio, nome italianizzato perchè si chiama Gerlee e Gerel vuol dire Luce… da cui Lucio. Partiremo per una settimana nel Khentii, regione di praterie ad est di UB, cosicchè possiamo passare il tempo fuori mentre si paventa la possibilità di altri tre viaggiatori che arrivano dall’Italia e che hanno contattato Nyamaa per il periodo successivo. I pezzi iniziano ad incastrarsi alla perfezione. Domattina alle 10:00 si parte!
Al ritorno verso la guesthouse passo dal Department Store per comprare cartoline e dare una prima occhiata all’ultimo piano di “cose tipiche”. Martino mi accompagna indefesso, gli offro da bere, mentre scrivo gli indirizzi al tavolo di un locale su strada. Parliamo di quanti studenti stanno studiando italiano e della sua visita ad una sciamana “cittadina”, la sera precedente. Una ragazza che ha parlato con gli spiriti e gli ha consigliato di evitare discoteche e alcolici: sembra che ci abbia azzeccato, perchè senza averle detto nulla, un po’ di tempo fa il marpione s’era preso una bella ciucca con gli amici! Gli sciamani sono così relegati e messi male al pari di lettori di mano o finti maghi nostrani? Chissà. Proviamo a fare un salto al museo dei giochi intelligenti, con l’ausilio di un taxi privato. Con Martino che traduce, è tutto più facile. Troviamo il museo chiuso, ma conosciamo Zhandra nel negozio al primo piano. Zhandra è il padrone e mecenate del museo. Ci mostra gli articoli in vendita e intrattiene i visitatori con qualche trucco magico. Martino, come tutti i mongoli, capisco al volo, è contento come un bambino con queste dimostrazioni ludiche e prove d’intelligenza. Purtroppo dobbiamo lasciare il posto, con la promessa di visitarlo alla prossima occasione. Al ritorno provo le brezza dell’autobus alla vertiginosa cifra di 200 T a viaggio, che si pagano direttamente all’omino dotato di borsello sul mezzo. Con Martino ci salutiamo scendendo in piazza e m’avvio a piedi alla guesthouse, attraverso il centro, poi il ponte, i giardinetti e infine ai palazzotti decadenti del quartiere. Mi doccio e mi concedo una cena al vicino Ikh Karaud, ristorante abbastanza costoso per la media, frequentato per lo più da occidentali. Per una birra e per i Kushuur (carne di montone fritta in un involucro di pastella), che sono tanti e buoni, spendo una cifra pari a 5 euro. In ogni caso è a due passi dai blocchi, proprio attaccato al Palace Hotel.
L’occasione è buona per fermare anche dei tipi che parlano italiano. Sto seduto sotto la tettoia in legno costruita sopra un pianale, di legno anch’esso e dotato di ruote tutt’attorno. Faccio conoscenza con quello che si rivela essere un pilota d’aereo con il suo assistente di volo, mentre aspettano altre persone dall’albergo che li ospita. Non possono mangiare dentro perchè c’è una festa di matrimonio abbastanza chiassosa. Ci scambiamo l’indovinello sulla provenienza in base all’accento. Dopo il costante errore del sardo, provo io dicendo spagnolo. In realtà il pilota è argentino, ma sposato con un’italiana da 12 anni e stanno in nord italia. Lui lavora per l’Alitalia e ora stanno tre giorni a UB perchè stanno facendo dei voli in prestito alla Mongolian Airlines. Così non riescono a visitar nulla. Mi fa i complimenti per la scelta di viaggio e ricorda con nostalgia di quando con un amico sono stati in Eritrea, per un viaggio simile. Mi da pure ragione che queste cose vanno fatte finchè se ne ha la possibilità. Son contento di questo incontro e finita la mia cena, li saluto al tavolo dove si sono messi a mangiare. Son stanco e devo preparare i bagagli per una settimana, così mi chiudo in casa, dopo un passaggio al 24 hours per un succo di frutta e attacco a riempire lo zaino.

Diario di viaggio in Mongolia - L’arrivo

pubblicato il 26 June 2006 alle 15:28

La voce dell’interfono dell’aereo mi sveglia di soprassalto. Sto volando da Mosca a Ulaan Baatar (UB) e sto nel secondo sedile dal finestrino. Lo zaino è nel retro dell’aereoplano, tutto a posto. Le faccende precedenti sono state cancellate dalla spossatezza e dal tedio oramai insostenibile di arrivare e scendere a terra. Non parliamo poi delle 3 ore spese nel nulla, dentro il limbo di quell’aereoporto russo! Scavalco con lo sguardo l’ometto che dorme vicino il finestrino, m’allungo e guardo fuori: un alba rossa, un cerchio sfuocato, color del fuoco avvampa tra le nubi allungate e stratificate. Non hanno più una forma propria. Sono diventate righe di uno schermo televisivo oramai a fine carriera, con una lampadina rossa da camera oscura, al posto del tubo catodico.
La frase in russo significava qualcosa di importante. Di lì a poco un altro scatto di cuore: inizia la discesa! Sotto di me si distende un’indescrivibile sensazione di onde, un mare verde. Una serie di superfici corrugate senza fine, poi ombreggiate: versanti alternati di giallo brullo e verde appena cresciuto, a seconda dell’esposizione solare. Riesco a scorgere anche qualche accampamento in quella distesa immacolata.
C’avviciniamo ad UB caratterizzata da un paesaggio contradditorio di mondi nudi, ricoperti di prati, caseggiati in legno, gher racchiuse tra recinti da baraccopoli e palazzoni sovietici. Nel riverbero del mattino appare il contrasto tra alcuni piccoli specchi d’acqua e la silhouette delle centrali elettriche imponenti e fumiganti.

Quelle centrali diventano tangibilmente orribili, quando mi avvicino a loro, a bordo di una macchina taxi dopo l’uscita dall’aereporto. Per 250 tugrik a kilometro ( quasi 20 centesimi) qualunque auto privata si trasforma in taxi e ti porta alla guesthouse che t’aspetta.
Passare da dentro il cielo a sotto il cielo così repentinamente e a quell’aria fresca, mi eccita e fa svanire la stanchezza. Ai lati delle strade dissestate un susseguirsi di cartelloni pubblicitari, poi qualche mandria di periferia, guidata da anziani. Sono a 1300 metri d’altezza, in pianura e capisco il perchè le nuvole siano così vicino.

UB è una città fatiscente, di gusto misto sovietico e cinese. Si staglia laggiù, poco distante dal quartiere dove mi lasciano per raggiungere la guesthouse, ubicata al blocco 15 di un vero e proprio set da film neorealista a colori sbiaditi, costruito da palazzine semiabbandonate dagli anni ‘60. Probabilmente quando al sogno di una miglioria sociale data dall’urbe, restavano pochi anni di vita prima di scoprirsi poco duratura e fragile.
Palazzo scrostato, con un murales di figure vincenti, unite in una lotta e in una vittoria passate (ma contro chi o che cosa?).

Il primo giorno mi uccide una jet lag devastante che mi costringe a letto e mi fa uscire per raggiungere il centro, solo alle 3 del pomeriggio. Dal telefono della guest house contatto l’agenzia che tra mille ho selezionato per affidabilità e prezzo. La gestisce Nyamaa, che sa parlare italiano per giunta. E’ suo anche l’appartamento che occupo da solo, al momento, con tre stanze (da 3 da 2 e da 1), cucina e bagno, poco fuori dal centro, a sud oltre la ferrovia, finito il Ponte dell’Amicizia. Dalla finestra della camera vedo il palazzo d’inverno del Bogd Khan e poco più in là, una collina su cui è realizzato il viso di Gengis Khan, probabilmente con crossi cumuli di pietre bianche. Un ritratto al naturale su sfondo bianco.

Incontro Nyamaa nel suo ufficio in centro per decidere le tappe del viaggio e per dirle che ho un possibile contatto, tale Micheal di Bruxelles che desidererebbe partecipare e atterrerebbe l’indomani. Poi all’uscita visito il Department Store e ceno in un locale birreria tedesco, seguendo il consiglio di non attaccare subito con i piatti tradizionali appena arrivato. Ma smanio di farlo al più presto.

L’effetto della capitale è di depressione pura con tutto quello stato di abbandono, di lavori fatti tanto per fare, grossolanamente. Ecco grossolano è un vocabolo che si addice a tutte le opere che vedo in corso. Girovago finchè non sta per far buio e mi ritiro nel blocco della guesthouse, dopo aver comperato qualcosa in un negozio 24 ore. Nei cortili i bambini giocano con quello che capita e quelli senza famiglia gironzolano vendendo oggettini, malmessi: uno col moccio al naso è preso a strattoni dal più grande, che gli fruga le tasche poi le fruga a tutti gli altri, fino a prendersi la parte di ricavati. Penso al fuori, penso a fuori città, poi da letto ho un pensiero per tutta la realtà che sto lasciando alle spalle, che ora sarà e cosa staranno facendo tutti. Sono solo e alla vigilia di qualcosa di grande.

Catarinfrangenze

pubblicato il 1 June 2006 alle 00:18

Di ritorno da una congregazioni di progetti folli e alitosi, mi ritrovo ad ascoltare in auto, una canzone, piano batteria e chitarre, Friend of the night ... Mogway.

Per la prima volta nella vita, questo pezzo mi spinge alla spudorata supponenza di scrivere il testo ad una musica esclusivamente strumentale. Testo in senso figurato: cerco di trascrivere in poche righe il trasporto che le note mi suggeriscono, che non si discostano dal titolo scelto dai musicisti.
La progressione altalenante di parti intense e requie minimale ricorda l’andamento sinuoso e inaspettato della vita. Mi ricorda come tutti abbiamo in mente le cose che devon avvenire o arrivano di sorpresa, come lo specchietto di una macchina in senso contrario, che frantuma il mio.
Osservo l’immagine di luci e nero, tutta spezzetata e all’incalzare del motivo premuto con foga sui tasti, capisco come la vita sia il nostro amico notturno, davvero, che ci fa compagnia in questi momenti senza una spazio. Come vorrei che la sentiste tutti voi, uno per uno, con me adesso.
Per condividere lo sforzo che ci vuole per la separazione. Per partecipare del sorriso sereno, che ritroviamo, come quando il piano rallenta, con rari pizzichi sulle corde.
Cose che abbiamo provato e proviamo tutti. E’ questo sentimento trasversale che mi sta comunicando la musica e che mi fa vibrare. Far capire che ho vicino tutti anche nel momento in cui sarò nel deserto più desolato, sia esso tangibile, che figurato.
Sospensione e sfuma.