La pellicola gira, come la storia si ripete

pubblicato il 26 April 2006 alle 20:13

Bravi, complimenti!
Lo sapevo che avrei fatto meglio a non sbirciare la tv, ma son capitato su un TG che mi riporta la notizia fresca fresca di un’anteprima cinematografica “d’eccezione”.
Si tratta di un nuovo film di quelli che costituiscono l’ossatura portante della memoria statunitense. Hollywood fa da storia per una nazione senza storia e in questo caso diviene memoria inventata di una grande farsa.
Il film, di cui non so il titolo, racconta le gesta (!), gli ultimi attimi e le storie dei passeggeri dei voli che si schiantarono sulle due torri. Come la pellicola la storia si ripete. A favorire e sostenere l’ennesimo conflitto occorre raccogliere consensi di massa adatti. E cosa non fare, se non un bel film patriottico, prima di attaccare pure l’Iran? Come mai ricompaiono tutti sti terroristi a minacciare? E attentati?
Oramai non è più una paranoia da sinistroidi: questa è la realtà, prendiamone atto!
Addirittura al fatto che con le loro azioni, i prigionieri sui voli, hanno deviato la collisione degli areoplani contro il congresso. E’ inaccettabile. E’ una presa per il culo!
Avrei fatto bene a non accendere.

in itinere

pubblicato il 22 April 2006 alle 02:28

Siamo di nuovo qui allora, io e te, 4 tasti e un po’ di pixel da illuminare nero su bianco.
Ti tocca finire a pisciare in un gabinetto di un centro sociale per metter in moto un po’ di cervello e partorire qualcosa.Sì, perchè senza distacco, senza stridere di metallo sul metallo dei mondi che non possono coesistere, non tiri fuori niente di buono. Mi ci vuole lo sbalzo, il contrasto.
Hai raccolto una messe di facce indignate: mesti, triti, scoglionati, seduti, in piedi, bevuti e obnubilati e pornografi.
Vi siete rotti il cazzo? Ammettetelo. Fate qualcosa.
Non pago hai continuato tra le risa quasi forzate, le risa e i passaggi sottovoce che stimolano altre risa, captando qualcosa, inorridito, curioso ma timoroso.
Ti sei staccato, in movimento, sempre, come irrequieto, ma fuori tranquillo e zen come tuo solito.
Ma chi sei?
Io. Siamo io e te. Io e io. Lo specchio non serve, sono queste poche righe.
Ti senti difficile, inadatto? E una battuta continua a salvarti. Perchè? Come cazzo fai a tirare avanti, a scendere a compromessi.
Fai un baluardo della tua coerenza, quando vedi che da più frutti a chi la rinnega. Ma son realmente quelli i frutti che vuoi?
No. Perlomeno la coerenza propria è personale, e quindi, sicura. Più del conto corrente.

Lentamente muore

pubblicato il 18 April 2006 alle 21:40

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

(P. Neruda)

Il vuoto del volto

pubblicato il 11 April 2006 alle 14:21

E’ un po’ che mi interrogo, da solo, su questo
argomento, su internet, sul prima e dopo internet.
Questo è un punto di partenza interessante, da
Repubblica…

Decifrare il vuoto del volto
La spasmodica ricerca di sé

di UMBERTO GALIMBERTI

Io un po’ li capisco quanti, invitati da Repubblica a fornire per via telematica una loro fotografia per avere un’immagine degli italiani, in poche ore hanno intasato con migliaia di foto la redazione del quotidiano. Una risposta così massiccia e immediata lascia intendere una spasmodica ricerca di sé, un bisogno insopprimibile di dar forma a quel vuoto che per ciascuno di noi è il nostro volto.

A nessuno, infatti, è concessa l’immagine fedele del proprio volto. La mia vista non può vedere quel viso che sono e che mi esprime. Anche con lo specchio non raggiungo lo scopo, perché l’immagine riflessa non è sovrapponibile ma simmetrica: la destra cioè diventa la sinistra e siccome le due parti non sono perfettamente identiche, l’espressione che vedo riflessa non è la mia espressione.

Quel che la Bibbia a più riprese dice di Dio: “Non ti farai immagine alcuna” (Deuteronomio, 4, 15) può benissimo essere applicato al nostro volto, sempre al di là della sua immagine, sempre diverso. Il dramma di Narciso e la sua tragica conclusione dicono, in altra cultura e in altro modo, l’impossibilità di afferrare la nostra immagine.

La nostra immagine, infatti, è qualcosa che noi costruiamo, come lascia intendere la parola “faccia”, dal latino “facies” che rinvia a “facio”, verbo che dice qualcosa da costruire. È una costruzione che compiamo con lo sguardo, per cui la “faccia” è anche “viso”, dal latino “visus”, da cui il francese “visage” e il tedesco “Gesicht”, dove evidenti sono le allusioni all’atto del vedere.

Guardando il volto di un uomo, solo una nostra supposizione ci fa ritenere che a lui siano noti i tratti che noi vediamo. In realtà per ciascuno di noi il volto è il vuoto del nostro corpo spalancato sul mondo. Forse per questo il greco “stoma” e il latino “os”, oltre che “viso”, significano “bocca”, quindi “apertura”, “voragine”.

Se il mio volto è il vuoto del mio corpo non mi sorprende che così tante persone si dispongano davanti a un telefonino o a una macchina fotografica digitale per ottenere l’immagine che riempia quel vuoto. E poi, dopo averla trasferita sul computer, la manipolino per renderla verosimile all’immagine che si sono fatti di sé e che non sempre corrisponde all’immagine resa dalla fotografia, perché questa, nell’istante incontrollabile di un flash, può rubarmi un’espressione che non riconosco come mia, dopo avermi già sottratto la gestualità che tanto racconta del mio modo d’essere.

Ma anche la riproduzione fotografica e la sua pubblicazione sul giornale non placa la mia ansia che vuole riempire il vuoto del mio volto nella spasmodica ricerca della mia fisionomia, perché quel me stesso che cercavo nella fotografia mi è reso da quella cosa che vedo e che divento ogni volta che cesso di abitarmi per cogliermi nella forma dell’esteriorità. La fotografia, infatti, mi sorprende dall’esterno e mi spaventa quando, raggiungendomi impreparato, mi cede quel suo segreto che è il mio volto colto dal di fuori.

Siamo irrimediabilmente nelle mani degli altri che con il loro riconoscimento costruiscono la nostra fisionomia, che la psicologia e la filosofia chiamano “identità”. Quel che siamo sono gli altri a dircelo. Ed è solo la nostra amicizia o inimicizia con gli altri a farci accettare o rifiutare quell’aspetto che noi siamo e che il nostro volto esprime come nostra assoluta impotenza.

Fotografare il nostro volto è un tentativo di reperirlo, e in questa ricerca sta forse la segreta essenza dell’uomo, che però non può essere affidata alla fotografia, ma alla risposta che ci giunge dallo sguardo dell’altro, perché, come ci ricorda Platone: “Se uno, con la parte migliore del suo occhio (la pupilla), guarda la parte migliore dell’occhio dell’altro, vede se stesso”.

In the heart of the wood, oh there I understood

pubblicato il 8 April 2006 alle 02:52

Due giorni fa ho visto una coppia di upupa, qui fuori casa:

sono a righe bianco nere come uno spartito. Uno spartito bianco …
e rari come una musica, senza note