Svegliati questa mattina presto, un’ottima colazione e subito partenza per la prossima mèta. Lasciamo il lago Khokh per altre praterie verdi solcate da piste sterrate e inclementi per sospensioni e schiene. Sto sempre davanti, sono troppo bramoso di novità. Micheal si gode i restanti 6 sedili posteriori, stravaccato in lungo e in largo e ogni tanto s’appisola un po’. Ieri ci siamo conosciuti meglio girovagando intorno al lago e sulla montagnola sovrastante. Abita a Bruxelles in compagnia di altri due inquilini in una casa molto ampia, dotata di un ampio spazio per far concerti. Mi confida che la sua prima passione in assoluto è la musica e il rapido scambio di nomi ed entusiasmi rivela affinità elettive. E il realizzare che molti gruppi italiani conosciuti sono transitati per Bruxelles, come ad esempio gli Zu. Certo anche le due Hasselblad, panoramica e da ritratti e la F5 della Nikon non lasciano dubbi sulla passione seconda classificata. Lucio invece è un omone di 35 anni, taciturno per lo più, ma simpaticissimo. Instancabile ed abilissimo alla guida, rintraccia strade e piste invisibili ad occhi inesperti. Schiva le buche con maestria encomiabile, con un’attenzione morbosa per lo stato del veicolo che possiede. Comunichiamo con lui col mio frasario, spesso e volentieri mischiando le parole per generare frasi e concetti assurdi per farci delle risate.
Verso fine mattinata, in un ampia valle, ci fermiamo presso un recinto di pietre antiche, infisse nel terreno. Avviciniamo anche la prima gher,non distante: Lucio conosce la famiglia proprietaria. Ma Lucio conosce tutti in Mongolia, capirò poi. Una donna di presunti 50 anni e due ragazzine di 12 circa, ci accolgono senza problemi e ci fanno accomodare sui banchetti arancio acceso decorati a fiori. Alzo lo sguardo e sorrido contemplando le stecche della gher, intarsiate, bellissime. Tutta la parte in legno è colorata in arancione. I mobili, i tappeti. La testa gira attorno per afferrare i dettagli, le foto dei parenti, gli strumenti, la vita.Ci offrono latte, crema e poi lo yogurt con lo zucchero. Penso il più buono mangiato in vita mia. All’uscita della gher assistiamo al montaggio di una ltro paio di gher da parte di alcuni uomini. Vicino, siccome in questa zona non manca, c’è una piccola falegnameria per il legname. Alcune baracche attorno son costruite in tavole d’abete.
Risaliamo sullo UAZ e dopo un lungo tratto di prateria attraverso una pista in condizioni pessime, costeggiamo il Khangil Nuur lago abbastanza esteso, costellato di sculture di cervi in cemento e piccoli stupa bianchi, qua e là. Dopodichè segue la salita veramente ostica sopra una montagna, la cui particolarità è una vegetazione tartassata dai fulmini, che hanno creato un paesaggio surreale di mozziconi neri e tronchi inceneriti, sotto i quali crescono i nuovi virgulti. Il paesaggio è mozzafiato, per lo più la vista di queste rocce granitiche, rossastre e consunte dal tempo: picchi scavati e poi uno spiazzo con ben tre Ovoo nel punto di valico.
Discesi lungo una strada accidentata e ingombra di massi, ci ritroviamo in un’altra vallata verde molto ampia e ricca di alberi intorno. Scaliamo una grossa formazione rocciosa molto suggestiva, tanto per sgranchirci un po’. Le rocce sono levigate e formano bucature che ricordano vasche. I prati sotto di noi sono punteggiati di fiori gialli. Risaliti percorriamo altri dieci minuti sulla pista di nuovo pianeggiante e incredibilmente mi sorprendo nel valicare un dosso, che superato, lascia sgombro lo sguardo su un tempio molto grande e diroccato, dietro il quale si alzano dei pendii rocciosi. Non mi aspettavo di certo che sarebbe stato questo il posto in cui avremmo campeggiato per due notti. Son praticamente già innamorato del posto: un piccolo lago, un trio di gher della famiglia custode e poi tutte queste rovine buddiste integrate nella roccia. Mangiamo all’aperto, sul prato, e le mosche mangiano noi. Ci fanno visita il vecchio capofamiglia locale, particolarissimo con le sue nike tutte bianche prese chissà dove: ci dice che possiamo stare, mettere le tende e siamo benvenuti nelle loro gher. Noi offriamo mele, che son rare e prelibate. Vengono dalla Cina e son piccole e tonde, come bilie verde chiaro. Noi c’arrangiamo con spaghetti tonno e cipolla che conquistano anche Lucio e rammentano lontanamente un sapore di casa.
Anche in questa zona ci accolgono nella gher e una coppia di giovani ci accompagna al vecchio tempio di Baldan Baravain e poi presso quello nuovo, completamente ricostruito in legno, al di fuori delle antiche murature. Capisco che questo è il tempio di cui avevo letto a riguardo di un progetto di volontari, che tentavano la sua ricostruzione.
Michael si fa una dormita nella gher, un po’ come Lucio e anche tutto il resto dei presenti. Nel frattempo io m’aggiro per i dintorni, tra questo ampio prato che divide il nostro accampamento, più vicino al lago e la zona del tempio con le gher. Esploro le rocce dipinte dai monaci di un tempo. Contemplo il budda che prima delle purghe staliniste era stato inciso nelle pareti granitiche. Colorato e quieto. Osservo i greggi tornare ai recinti, da soli. Tutto scorre lentamente e placidamente e pratico già ardite volontà di restare qui per sempre. Oramai telefono e orologio sono cose che non m’appartengono più. Pensieri molto forti, nel vento, negli sguardi in distanza, nel passaggio di un falco a bassa quota, che silenzioso non batte nemmeno le ali. I piedi nudi sulla roccia.
La natura si avvicina quasi con curiosità qui Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili d’estate, tutto il resto interagisce con diffidente familiarità, sicuro che difficilmente qualcuno si permette di disturbare. Scopro dove è situato il pozzo: l’acqua è talmente gelata che sul fondo si scorge come un grosso fiore di ghiaccio, una sorta di esplosione pietrificata azzurra.
La sera, a cena nel nosro accampamento, una coppia lui smilzo, lei tarchiata, arrivano su una moto cinese simile ad un Honda. I copertoni sono esausti e non riesco a comprendere come facciano ad andare in un terreno così accidentato. Così ma la fanno provare. Sembra di andare con una moto d’acqua tra le onde, si scivola da tutte le parti e si rimbalza continuamente. Un po’ di tè anche a loro, che ripartono immediatamente. Quando si è accampati si diventa un sorta di gher e l’usanza di ricevere e condividere con i passanti segue le stesse meccaniche. Dopo la cena tutti in tenda.


