Ritorno a U.B.

pubblicato il 6 July 2006 alle 10:18

Fiacca mattinata con passeggiata salutare nel bosco vicino al campo. Raggiungo un ovoo su di una collina, per passare il tempo tra colazione e pranzo. Nel bosco di abeti incontro una mandria di cavalli che si godono l’ombra e sto un po’ con loro, scattando qualche fotografia sotto i raggi di sole che passano attraverso i rami. L’effetto non è male. In pomeriggio ripartiamo per Ulaan Bataar.

Terelj

pubblicato il 5 July 2006 alle 10:16

Visita a Terelj, parte di un grosso parco naturale e luogo deputato al turismo più becero, ahimè. Io e Michael ci incamminiamo sul lungo sentiero che porta fino al tempio detto “Dei Cento Gradini”. La calura è opprimente e siamo a rischio insolazione, senza contare gli insetti che ci perseguitano continuamente. Giungiamo sulla scalinata dopo aver attraversato un ponte tibetano e iniziamo la salita di buona lena. In effetti son cento, anche qualcuno in più, e si fanno anche sentire! Non sono stati davvero ad utilizzare rapporti ergonomici razionalisti nella realizzazione di questi scalini, quanto piuttosto una qualche cabala legata ad un numero cardine del buddhismo. Giunti al tempio in legno tutto colorato incastonato tra le pietre, ci godiamo il fresco della sala principale, la tranquillità e un po’ di requie dagli insetti.
Al ritorno picnic agghiacciante (in realtà bollente) sotto la “Turtle Rock”. La sera ci fermiamo in un gher camp locale, Terelj Juulchin, o qualcosa del genere. In un edificio dalle presunte parvenze di hotel riesco a vedere i goal dell’Italia ai mondiali. Incredibilmente stiamo passando tutte le partite. Dopo cena girovago da solo per il campo e sotto un gazebo incoccio una strana compagnia di tre sessantenni giapponesi e la loro traduttrice/guida mongola, una ragazza di 18 anni. Mi intrattengo con loro raccontando del mio viaggio in giappone, mentre mi vengono offerti pesciolini secchi (il classico snack a sacchetti portato dalla madre patria) e bicchieri di whiskey e brandy. Loro sono già abbastanza sbronzi. Lo scopo del loro viaggio è la ricerca e la fotografia di farfalle, la loro passione principale. Uno di loro lavorava per la Olivetti. La serata termina qui e me ne torno in branda dove gli altri due sono già a russare.

Panni sporchi

pubblicato il 4 July 2006 alle 09:52

Oggi niente di che, ma qui è già molto più di niente. Convinciamo Lucio a cercare un fiume e lo troviamo, lungo la strada in direzione Terelj.
Non riusciamo più a sostenere la calura e il vuoto totale che caratterizza i dintorni del lago vulcanico. Lucio voleva farci girare per un sobborgo di baracche desolato, mimando con indice e medio l’omino che cammina. Ci siamo rifiutati.
Allora apro il frasario e traducendo “walk” in mongolo faccio cenno di no e poi segno sulla cartina un fiume, più o meno sulla tratta che ci porta alla prossima tappa.
Pranzo con fusilli al ragù, risposino sul furgone durante un’abbondante versa di pioggia e poi via, a lavare i panni e lavare noi stessi nell’acqua gelida. Stento a credere che usiamo acqua di fiume per bere e cucinare e penso che un tempo si faceva così anche da noi. Lucio lava il furgone in un guado poco distante. Verso sera troviamo un bel posto per piazzare le tende.

panni

Al lago

pubblicato il 3 July 2006 alle 08:00

Saluto a malincuore la famiglia che ci ha ospitato. Sono veramente fantastici, invidiabili. Abbiamo dormito con le nostre tende fuori dalle gher. Mi sono divertito e loro sono stati entusiasti, ma d’altronde la vita da nomade, o viaggiatore che sia, è scandita da addii.
Partiamo in direzione dei laghi vulcanici di Avraga. Oogantogos e il padre non ci sono : li vediamo lungo la strada che si dirigono al Nadaam, la piccola ci saluta dal cavallo. In distanza ho notato che in testa ha un cappello conico, ricoperto con pezzi di specchio che, riflettendo il sole, danno l’idea che abbia una stella sulla fronte.
Prima di giungere alle spiagge sul lago, dopo un po’ di ricerca in un grosso insediamento, troviamo una gher ristorante nelal quale la donna di casa ci prepara davanti agli occhi ottimi buuz e un po’ di fettucine fatte in casa. Il tutto a 600T a testa (mezzo euro). Conosciamo anche il marito e i figli: due gemelli mashi e una bambina, che si divertono a farsi fotografare da Michael.
In pomeriggio dopo la siesta, bagni nel lago e bagni di fango per Lucio. L’acqua è sulfurea.
Una scena felliniana di due donne con ombrello che passeggiano sulle sponde del lago mi colpisce inaspettatamente.
Dopodichè ripartiamo: monumento a Gengis Khan nel nulla e di lì a breve andiamo alle fonti di acqua mongole, con siparietto di un nido con dentro tre piccoli falchi, nutriti dalla mamma a topolini bianchi.
Ora siamo nella gher che ci ospiterà per la notte e cuciniamo. Niente tenda stanotte, ma sacco a pelo sopra un lettino.

al lago
gemelli

Giornata in famiglia

pubblicato il 2 July 2006 alle 20:30

La nottata passata è stata terribile. Ero solo nella mia tenda, insonne, sotto un temporale implacabile. Una pioggia pesantissima m’ha tenuto sveglio e sbirciando da un angolo della cerniera vedevo i lampi a catena sui monti attorno. Ricordandomi della strada che portava qui, con tutti quei “mozziconi” d’albero, non potevo chiudere occhio. Quei pochi minuti concessi al sonno sono stati rapiti da incubi popolati da divinità volanti in fiamme, dal corpo delle quali cadevano lapilli che andavano a spengersi in nuvole di vapore nel lago sottostante. Ripartiamo. A malincuore saluto questo angolo speciale che m’ha saputo accogliere con grandi sorprese e tranquillità. Il tempo della colazione e ci rimettiamo in viaggio. Raggiungiamo la nostra méta, un accampamento che sta a metà strada tra il monastero e una località dove si dice stia un monumento-statua dedicato a Gengis Khan (guarda caso!).
Ci accolgono con vivacità, dormiremo vicino alle loro gher questa notte. Il gruppo familiare è composto da un capofamiglia, nomato Bat (ariguarda caso!), venticinquenne, la moglie, una bellissia ragazza che ha venti anni e ricorda tantissimo nelle fattezze e nei lineamenti una pellerossa, il loro nipote, un ragazzo di diciotto anni che tiene i cavalli: un fisico incredibile, basso ma massiccio come una pietra. Poi ci sono altre due donne, le sorelle della ragazza sposata, due bambini sui 6-7 anni, altri due di circa 2-3 anni e un bambino piccolo piccolo, nato da poco. A completare il quadro un signore claudicante che avrà una quarantina d’anni. Hanno in tutto 16 cavalli e 3 puledri. Poi hanno molte mucche e una mandria mista di pecore e capre. In famiglia si adoperano tutti in varie mansioni: le donne ad esempio mungono le vacche, indossando rigorosamente il del (l’abito tradizionale) per l’occasione. Il padre di famiglia si occupa del piccolo, ma insieme all’altro ragazzo segue anche i cavalli o vanno a recuperare gli ovini.
Vita di gher oggi. Trascorriamo il tempo a conoscere questi mongoli gioiosi e dalle dentature bianco latte. Una cosa mai vista le loro dentature. Facciamo a cambio dei nomi e delle composizioni dei nostri familiari, disegno per i bambini e imparo le parole tipiche, illustrando qualche schizzo di cavallo o di gher. Scriviamo le nostre età e i nostri nomi, sentiamo cantare i bambini. Incuriosito vado a vedere, prendendone nota con uno schemino, il macchinario per scremare il latte e provo una coppa di crema. Sembra gelato, con un gusto fortissimo di latte.Io e Micheal abbiamo poi provato i loro cavalli e abbiamo assistito alle esercitazioni per il Nadaam della bambina, che si chiama Oogantogos. Sette anni e domani correrà insieme a tutti gli altri bambini della zona nella competizione a cavallo. Il cavallo scelto da Bat è il migliore che hanno. Lo prepara già da due settimane dandogli latte di cavalla da bere, un latte pieno di energia che recupera con un secchio mettendo il puledrino vicino la madre e mungendo le mammelle. La monta dei cavalli è diversa, sia come sella che come briglie. Si ha una sola briglia e un laccio nella mano sinistra: sella piccola, in corsa si sta in piedi.
I bambini sono letteralmente impazziti per la macchinetta digitale. Gliel’ho affidata e sono un continuo ritrarre tutti e poi vedere i risultati sul display. Massì tanto oramai di batteria non ce n’è più!
Prendo l’indirizzo per spedire le foto e prima di notte salutiamo Bat, Onorjargal, Zolboo, Ugan-hu, Oogantogos, Dolgoon, Toòia, Tongalag, Altanzaiaà, Onorzaiaà, Altan Houik, e Otgonbaiar.


Alle rocce e riposo

pubblicato il 1 July 2006 alle 22:00

Giornata tranquilla oggi. Ce la prendiamo comoda. Appena finita la colazione saliamo sulle rocce che stanno alla destra del nostro accampamento: un centinaio di metri d’altezza di formazione granitica tutta spigoli e rotondità. Peccato per la presenza delle odiosissime mosche che si sono aggiunte alla fatica e alla sudata della salita. Sterpaglie e dirupi: veramente da gente poco sana di mente. La nostra guida improvvisata è un uomo uscito dal nulla, come al solito, con un paio di scarpe da contadino che su quelle rocce lisce farebbero impallidire chiunque: eppure sale su, pare una capretta. Ci porta fin su, fino ad una caverna, probabilmente nido di una nidiata di falchi a giudicare dalle piume che trovo. Ne prendo qualcuna da riportare a casa. C’è freschissimo dentro e cosa ancora migliore non entrano le mosche. Un angolo di paradiso che ripara dall’afa e da quei pungiglioni che trapassano la t-shirt, probabilmente avvezzi a bucare la spessa pelle dei cavalli: m’appoggio ad una parete e non uscirei più fino a sera. Da qualche bucatura o strisciando o tirando fuori la testa si riescono a raggiungere dei punti panoramici suggestivi, che danno una perfetta visione del lago, del tempio e dei dintorni incontaminati. Scruto spostando lo sguardo dalla gher al tempio e continuando fino alle rocce dove mi trovavo poco fa. Un ultimo colpo d’occhio dall’alto, che domattina già si riparte. Ci infiliamo, strusciamo, saliamo e scendiamo, corriamo perfino per raggiungere di nuovo la piana. Lungo la discesa da un altro costone, mi fanno notare rocce dipinte, scolpite e lavorate, in maniera così ancestrale che reputo essere antichissime. Poi su di una parete un bassorilievo che incanta: tutta dipinta e sporgente sta una divinità con una spada fiammeggiante nella mano, contornata da scritte in tibetano. Resto muto per qualche minuto. La giornata procede come il suo inizio, in più lenta, dilatata. Seguo le mucche che ritornano dal pascolo, sotto un sole più clemente, mi accocolo su qualche sasso caldo a gambe nude. Guardo gli insetti, gli uccelli che mi sorvolano, mi gusto il silenzio e metto da parte una sensazione che non dimenticherò mai. La gher è il rifugio perfetto da tutto: caldo, freddo, insetti, bambini rumorosi. Le giornate durano davvero il doppio del normale ed è tutto così denso quando cambi modo di vivere. Una dimensione più personale senza preoccupazioni. Guardo le donne che vanno al pozzo a prendere l’acqua e prima di sera so che toccherà anche a me, ma ho il tempo per pensare alle cose da fare e quando farle. Par poco questo rispetto alle vite che conduciamo a casa?

Soggiorno a Baldan Baravain

pubblicato il 30 June 2006 alle 22:00

Presso il tempio di Baldan Baravain ci sono qualche gher e in particolare una è abitata da una coppia anziana e da un’altra coppia di giovani, che capirò poi essere i custodi della zona. Tutto intorno all’appezzamento di terra, alcuni pali e portali in legno colorato, segnalano l’area sacra.
Ci accolgono nella gher e i due ragazzi si offrono per farci visitare il tempio e tutte le vestigia abbandonate del complesso attorno. Il monastero è oggetto di restauro, oramai fermo da anni, da parte di una qualche associazione. Lo testimoniano i sostegni in legno e le travi lavorate depositate a terra. Dopo la breve gita soleggiata un po’ tutti a turno, si sono fatti una bella dormita nella gher, compresi Michael e Lucio.
Dopo svegliati ci apprestiamo a smontare la batteria del nostro furgone al fine di avviare un accrocchio elettronico, il quale a sua volta alimenta una tv e un lettore dvd cinese. In una cassetta, dvd cinesi a go go. E così finisce che per un paio d’orette riesco a vedere Shaolin Soccer, con Lucio e due nonni mongoli, in una gher a centinaia di kilometri dalla civiltà.
Questa terra oramai non mi stupisce più, ma so che ne riserva tantissime altre, di certo!
La natura qui si avvicina quasi con curiosità e noi non siamo più abituati. Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili in questa zona est e d’estate, tutto il resto interagisce con familiarità. Oh! I falchi che sorvolano a pochi metri dalla testa, immobili a mezz’aria, silenziosi. Si mimetizzano nel vento e scrutano tutto; poi magari li vedi su una roccia a bordo della strada che ti squadrano. No, decisamente non ci sono abituato. Pare che tutta la natura, nelle sue manifestazioni moltplici, mi trasmetta una sensazione di sacralità, di imponenza, di presenza attiva: immagini incisive gli animali o i pochi alberi che si incontrano. Acquista un senso ritrovarli descritti o riprodotti nella sfera del leggendario, del mitico, del sacro. La natura non si offende qui, guai! E non lo farei di certo. Un volta che ti senti nelle sue mani, completamente, impari a rispettarla come una madre severa.
I cani del posto nutriti con quattro bocconi: uno s’è accaparrato una marmotta al volo oggi! Uscita da un buco e acchiappata, ma non se l’è mangiata. Appaiono tutti smagriti e con la pelliccia cadente: quasi la maggior parte con qualche gene di lupo, ma sfibrati da insetti onnipresenti o dai prossimi e passati rigidi inverni.
Verso sera i due giovani hanno preteso 2000T per la visita, portando due biglietti posticci stampati con chissà quale (ma soprattutto chissà dove) getto di inchiostro, i quali raffigurano il monastero, in una foto completamente distorta. Ha pagato Lucio, perchè compreso nel viaggio forse. Il vecchietto s’è aggiudicato una delle nostre mele, dalla cena campale, prelibatezza verde dal diametro di 3 cm (made in china di sicuro). Tè con latte per tutti e cacche secche a bruciare intorno, per tenere distanti mosche e moscerini implacabili.

Cinema in gher

Diario di viaggio in Mongolia - Verso Baldan Baravain

pubblicato il 29 June 2006 alle 21:30

Svegliati questa mattina presto, un’ottima colazione e subito partenza per la prossima mèta. Lasciamo il lago Khokh per altre praterie verdi solcate da piste sterrate e inclementi per sospensioni e schiene. Sto sempre davanti, sono troppo bramoso di novità. Micheal si gode i restanti 6 sedili posteriori, stravaccato in lungo e in largo e ogni tanto s’appisola un po’. Ieri ci siamo conosciuti meglio girovagando intorno al lago e sulla montagnola sovrastante. Abita a Bruxelles in compagnia di altri due inquilini in una casa molto ampia, dotata di un ampio spazio per far concerti. Mi confida che la sua prima passione in assoluto è la musica e il rapido scambio di nomi ed entusiasmi rivela affinità elettive. E il realizzare che molti gruppi italiani conosciuti sono transitati per Bruxelles, come ad esempio gli Zu. Certo anche le due Hasselblad, panoramica e da ritratti e la F5 della Nikon non lasciano dubbi sulla passione seconda classificata. Lucio invece è un omone di 35 anni, taciturno per lo più, ma simpaticissimo. Instancabile ed abilissimo alla guida, rintraccia strade e piste invisibili ad occhi inesperti. Schiva le buche con maestria encomiabile, con un’attenzione morbosa per lo stato del veicolo che possiede. Comunichiamo con lui col mio frasario, spesso e volentieri mischiando le parole per generare frasi e concetti assurdi per farci delle risate.

Verso fine mattinata, in un ampia valle, ci fermiamo presso un recinto di pietre antiche, infisse nel terreno. Avviciniamo anche la prima gher,non distante: Lucio conosce la famiglia proprietaria. Ma Lucio conosce tutti in Mongolia, capirò poi. Una donna di presunti 50 anni e due ragazzine di 12 circa, ci accolgono senza problemi e ci fanno accomodare sui banchetti arancio acceso decorati a fiori. Alzo lo sguardo e sorrido contemplando le stecche della gher, intarsiate, bellissime. Tutta la parte in legno è colorata in arancione. I mobili, i tappeti. La testa gira attorno per afferrare i dettagli, le foto dei parenti, gli strumenti, la vita.Ci offrono latte, crema e poi lo yogurt con lo zucchero. Penso il più buono mangiato in vita mia. All’uscita della gher assistiamo al montaggio di una ltro paio di gher da parte di alcuni uomini. Vicino, siccome in questa zona non manca, c’è una piccola falegnameria per il legname. Alcune baracche attorno son costruite in tavole d’abete.

Risaliamo sullo UAZ e dopo un lungo tratto di prateria attraverso una pista in condizioni pessime, costeggiamo il Khangil Nuur lago abbastanza esteso, costellato di sculture di cervi in cemento e piccoli stupa bianchi, qua e là. Dopodichè segue la salita veramente ostica sopra una montagna, la cui particolarità è una vegetazione tartassata dai fulmini, che hanno creato un paesaggio surreale di mozziconi neri e tronchi inceneriti, sotto i quali crescono i nuovi virgulti. Il paesaggio è mozzafiato, per lo più la vista di queste rocce granitiche, rossastre e consunte dal tempo: picchi scavati e poi uno spiazzo con ben tre Ovoo nel punto di valico.

Discesi lungo una strada accidentata e ingombra di massi, ci ritroviamo in un’altra vallata verde molto ampia e ricca di alberi intorno. Scaliamo una grossa formazione rocciosa molto suggestiva, tanto per sgranchirci un po’. Le rocce sono levigate e formano bucature che ricordano vasche. I prati sotto di noi sono punteggiati di fiori gialli. Risaliti percorriamo altri dieci minuti sulla pista di nuovo pianeggiante e incredibilmente mi sorprendo nel valicare un dosso, che superato, lascia sgombro lo sguardo su un tempio molto grande e diroccato, dietro il quale si alzano dei pendii rocciosi. Non mi aspettavo di certo che sarebbe stato questo il posto in cui avremmo campeggiato per due notti. Son praticamente già innamorato del posto: un piccolo lago, un trio di gher della famiglia custode e poi tutte queste rovine buddiste integrate nella roccia. Mangiamo all’aperto, sul prato, e le mosche mangiano noi. Ci fanno visita il vecchio capofamiglia locale, particolarissimo con le sue nike tutte bianche prese chissà dove: ci dice che possiamo stare, mettere le tende e siamo benvenuti nelle loro gher. Noi offriamo mele, che son rare e prelibate. Vengono dalla Cina e son piccole e tonde, come bilie verde chiaro. Noi c’arrangiamo con spaghetti tonno e cipolla che conquistano anche Lucio e rammentano lontanamente un sapore di casa.

Anche in questa zona ci accolgono nella gher e una coppia di giovani ci accompagna al vecchio tempio di Baldan Baravain e poi presso quello nuovo, completamente ricostruito in legno, al di fuori delle antiche murature. Capisco che questo è il tempio di cui avevo letto a riguardo di un progetto di volontari, che tentavano la sua ricostruzione.

Michael si fa una dormita nella gher, un po’ come Lucio e anche tutto il resto dei presenti. Nel frattempo io m’aggiro per i dintorni, tra questo ampio prato che divide il nostro accampamento, più vicino al lago e la zona del tempio con le gher. Esploro le rocce dipinte dai monaci di un tempo. Contemplo il budda che prima delle purghe staliniste era stato inciso nelle pareti granitiche. Colorato e quieto. Osservo i greggi tornare ai recinti, da soli. Tutto scorre lentamente e placidamente e pratico già ardite volontà di restare qui per sempre. Oramai telefono e orologio sono cose che non m’appartengono più. Pensieri molto forti, nel vento, negli sguardi in distanza, nel passaggio di un falco a bassa quota, che silenzioso non batte nemmeno le ali. I piedi nudi sulla roccia.
La natura si avvicina quasi con curiosità qui Eccettuata la noia procreata dagli insetti, immancabili d’estate, tutto il resto interagisce con diffidente familiarità, sicuro che difficilmente qualcuno si permette di disturbare. Scopro dove è situato il pozzo: l’acqua è talmente gelata che sul fondo si scorge come un grosso fiore di ghiaccio, una sorta di esplosione pietrificata azzurra.

La sera, a cena nel nosro accampamento, una coppia lui smilzo, lei tarchiata, arrivano su una moto cinese simile ad un Honda. I copertoni sono esausti e non riesco a comprendere come facciano ad andare in un terreno così accidentato. Così ma la fanno provare. Sembra di andare con una moto d’acqua tra le onde, si scivola da tutte le parti e si rimbalza continuamente. Un po’ di tè anche a loro, che ripartono immediatamente. Quando si è accampati si diventa un sorta di gher e l’usanza di ricevere e condividere con i passanti segue le stesse meccaniche. Dopo la cena tutti in tenda.

Scendendo dai pendii

Baldan Baravain Khiid

Bikers

Diario di viaggio in Mongolia - Khokh Nuur

pubblicato il 28 June 2006 alle 22:00

Dopo una notte alterna di insonnia e sogni visionari, scritti, ronfate e quant’altro, sento entrare Boloorm dal portone della guesthouse. Mi prepara la colazione, che non sapevo compresa, ma non faccio di certo storie, perchè ho fame e il viaggio non so cosa mi riserva. Quindi doppio uovo fritto, pane e marmellata e tea! Dopo un po’ che sto alla finestra della cucina, vedo arrivare un furgoncino verde militare, stile russo, molto alto sulle ruote dentate. E’ lo Uaz di Lucio. Carico silenzioso, ma sorridente le mie cose e ci avviamo per la zona est di UB, dove recupereremo Michael alla guesthouse di Mejet. Abbiamo l’indirizzo, ma dobbiamo chiedere in giro a chiunque per trovare il posto, perchè non usano cartelli per le vie, numeri o altre cose di basilare organizzazione toponomastica. La maggior parte delle risposte è un’alzata di spalle o il tipico dehguì (non so) scazzato.
Non si sa come arriviamo in uno spazio sterrato, racchiuso tra altissimi palazzoni bianchi, con spartane finestre quadrate. Un recinto da incubo su un aia ingombra di fanghi, spazzatura, cani, bambini, relitti umani. Mi sento mancare l’aria. Lucio indica un ingresso e dice Maicò. Alchè entro dentro e inizio a cercare su per le scale del condominio. Arrivo sulla cima senza trovar traccia nè di Michael, nè di un’eventuale scritta guesthouse. Ci sono solo portoni di ferro o di legno sprangati, senza nomi. Torno giù giusto in tempo per vedere che Michael è giù con Lucio e con Mejet, che evidentemente deve averlo accompagnato con l’auto. Tutto risolto. Scambio i saluti con Mejet, altro autista di nota fama in rete e con il quale avevo intrattenuto un precedente scambio di mail, per sapere se avesse disponibilità per un viaggio.
In dieci minuti ci stiamo dirigendo a est con il nostro chiassoso UAZ quattro per quattro, su strade indescrivibilmente dissestate. La guida è libera. Ci sono macchine con guida a destra o guida a sinistra. La maggior parte ha il vetro anteriore venato da testate in conseguenza di frenate brusche. Non è contemplata la precedenza. Si suona il clacson e si va di prepotenza, spesso contromano o a centrostrada per evitare le voragini nell’asfalto, o meglio, nei lastroni di cemento che costituiscono la carreggiata. Non riesco a scrivere neppure tanto bene da tanto che è dissestata.
Siamo usciti fuori città e per circa mezzora non spiccichiamo parola, tanto è lo stupore di passare da un ambiente urbano abbietto, ad una sensazione di apertura immensa di questo verde senza confini. A destra e a sinistra qualche gher isolata e qualche sito rurale. Mezzi in panne, cani, bambini.
Ci fermiamo presso un Ovoo (letteralmente cumulo, ma in realtà cumulo di pietre che segna il passaggio e la presenza degli antenati) dove altri guidatorici offrono vodka e scambiano qualche parola. C’è anche una piccola statuetta in pietra, raffigurante una tartaruga con un monolite sul guscio. All’Ovoo si lancia un sasso o si lascia un presente in offerta, poi si compiono tre giri, sempre e rigorosamente in senso orario!
Qui verde, verde e ancora verde. Sono valli infinite che invitano a scoprire cosa nascondono l’una dopo l’altra. L’unica presenza dell’uomo sono gher sempre più sparute. L’unica variazione cromatica al verde è dovuta alla presenza delle nuvole vicinissime, che proiettano la loro ombra sopra di noi.
Dal nulla Lucio esclama Nadaam e poi lo dice con fare interrogativo. Seguo il suo indice e scorgo in una vasta piana un assembramento di persone. Annuisco dal sedile anteriore accanto al suo. E chi se la perde una corsa di cavalli di campagna inaspettata?
Allora picnic al limitare del Nadaam, con le nostre belle seggioline. Ci lanciamo subito tra gli autoctoni con curiosità e obiettivi protesi. Corrono i bambini, su cavalli piccoli e messi a lustro per l’occasione. Anche i piccoli sono vestiti con abiti caratteristici e multicolori. Tutto attorno i parenti si sono seduti, lasciando moto, jeep e furgoni parcheggiati a casaccio. I fantini dai 5 ai 9 anni si stanno preparando girando in cerchio e son ben felici di essere ritratti. Le colline più vicine non riesco a distinguere dove siano: ho perso il metro di misura ad occhio, non è possibile capire quanto ci si impiega da qui a laggiù. Preso tra questi pensieri e la vista inebriante del cielo e delle nuvole, mi giro di scatto quando il cerchio di bambini a cavallo inizia ad intonare un OOOOOooooh corale, intervallato da altre parole cantate. Questo OOOoooh stridulo, al contempo sanguigno, arcaico e dolcissimo mi fa venir la pelle d’oca e a ripensarci è una delle cose che m’hanno fatto più emozionare. Continuano a girare in circolo, chi in sella, chi a piedi. E poi è il momento della gara. Fulminea. Un polverone e un frugoletto vestito con una tuta verde acceso arriva in corsa verso i vecchi che lo acclamano come vincitore.
Che emozione. Questa cosa inattesa ci ha svegliato e rinvigoriti. Ci troviamo sorridenti a ripartire sul furgone, verso est. E il sorriso non cala.
Dopo boschi e praterie e strade sterrate, Lucio ferma il mezzo e mi chiede se una radura vicino ad un lago stupendo, va bene per piantare le tende. Domanda retorica. Non vediamo l’ora di fermarci proprio lì. Capisco anche il nostro equipaggiamento e le nostre scorte. Non ce la passiamo male, la prima cena ce la prepara Lucio, instancabile.

Sera. Il sole ancora non è tramontato e neppure so l’ora. Sto iniziando a perdere i contatti col quotidiano, qui, sulle rive del Khokh Nuur. La leggenda e la stele in pietra, circondata da molti guerrieri-palo, vogliono che Gengis Khan, Temujin fosse stato incoronato qui, presso la radura dall’altro lato del lago.
In un piccolo trekking intorno al lago siamo riusciti a scorgere un bel po’ di animali, tra cui un falco gigantesco, scoiattoli di terra, che fischiano dai loro buchi sottrranei il pericolo e un passaggio di uno stormo di uccelli da far impallidire anche il più esigente dei birdwatcher.
Gli insetti si trovano in gran numero e danno fastidio in egual misura. C’è un moscone gigante assurdo, con li occhi verdi metallizzati striati di giallo e una specie di piccolo pizzo: un muso quasi umano.
Ora vado a dormire. La tenda è pronta, non c’è un rumore, la luce s’affievolisce.

Rive del Khokh Nuur

Diario di viaggio in Mongolia - Secondo Giorno a UB

pubblicato il 27 June 2006 alle 21:11

Il secondo giorno ad UB mi accoglie con una pioggia torrenziale, già dal mattino. Eppure devo muovermi e raggiungere il centro. Ho il contatto di quel ragazzo, Michael e so che sta nella guesthouse da Mejet, sicuramente già da fine mattinata. Lo devo trovare e devo contattare Nyamaa per organizzare il viaggio.
Mi avvio sulla lunga strada che attraverso il ponte mi porta in centro. Non ho altro da fare che provare la tenuta della giacca a vento, vista la carenza di ombrelli: anche la vicina di pianerottolo, Boloorm, che ha cura della guest house, non ne usa.
Arrivato al post office recupero il numero della casa di Mejet così da contattare Michael. Sembra un tipo abbastanza sveglio, parla bene inglese (sicuramente meglio di me) e gli do appuntamento per l’una al Modern Nomads, un ristorante che desidero provare, a nord di Sukhbataar Square: primo passo verso l’avventura culinaria locale. Così possiamo pranzare assieme. Contatto pure Martino, un ragazzo così soprannominato, che studia italiano all’università di UB e che ho incontrato nell’ufficio di Nyamaa. Anche per lui stesso appuntamento: vuole passare un po’ di tempo con me per capire certe cose della nostra lingua, per sentirla parlare. E’ un soggetto abbastanza strambo, sui ventunanni con sempre su gli occhiali da sole e un accenno di baffetto. Ghigno stampato in viso, sempre.
Dopo i miei giri per le strade di una città incomprensibilmente trasandata, arrivo al locale, di qualità alta secondo gli standard. Ordino i buuz (buòz) a tutto spiano, i ravioli cotti a vapore che attendo di addentare da tempo: i primi più piccoli, di pesce serviti dentro una zuppa. Gli altri,quelli grandi, fatti con la carne di montone, enormi, una decina, che non riesco a finire. Nel frattempo nessuno degli invitati si presenta. Contemplo i miei avanzi con faccia sdegnata per lo spreco da me stesso perpetrato quando vedo arrivare in corsa gli occhiali scuri di Martino, attraverso la veranda. Entra e mi cerca. Mi faccio vedere perchè è talmente trafelato e c’è così poca luce che non mi puo’ scorgere. Poi fosse un po’ più sveglio da levarsi gli occhiali da sole! E io che credevo fossero solo gli italiani al mondo a non levarseli mai. Si siede davanti a quel ben di dio, che suppongo riesca a vedere solo a Natale, e glielo offro. Martino diluvia il tutto in pochi minuti, senza fiatare, mentre lo intrattengo con qualche discorso e sul fatto che stessi aspettando Michael, probabile compagno di viaggio.
Finito il pranzo ci riavviamo a piedi verso il centro, passiamo dalla piazza principale, tanto per vedere se Michael fosse lì, ma nulla. Allora torniamo al vicino ufficio postale per richiamare la guesthouse di Mejet. La moglie mi risponde che Michael è venuto in città e che m’aspettava da ore in piazza. Cazzo, ha capito IN piazza non A NORD della piazza.La speranza di incocciarlo è praticamente scesa a zero, così passo alla stanza attigua dove si usano i computer con internet. Devo aspettare e nel frattempo passeggio guardando dentro il vetro il primo che lasci il computer. Ad un tratto vedo un tizio che mi da le spalle e sul monitor leggo: Dear Fabio, I’m sorry we didn’t meet – e penso: è Lui! Così nasce la conoscenza con Michael, belga di 29 anni, con un grosso borsone nero strapieno di macchine fotografiche. Il passo all’ufficio di Nyamaa è breve. Ci accordiamo con la Boss per il viaggio, conosciamo il nostro autista: Lucio, nome italianizzato perchè si chiama Gerlee e Gerel vuol dire Luce… da cui Lucio. Partiremo per una settimana nel Khentii, regione di praterie ad est di UB, cosicchè possiamo passare il tempo fuori mentre si paventa la possibilità di altri tre viaggiatori che arrivano dall’Italia e che hanno contattato Nyamaa per il periodo successivo. I pezzi iniziano ad incastrarsi alla perfezione. Domattina alle 10:00 si parte!
Al ritorno verso la guesthouse passo dal Department Store per comprare cartoline e dare una prima occhiata all’ultimo piano di “cose tipiche”. Martino mi accompagna indefesso, gli offro da bere, mentre scrivo gli indirizzi al tavolo di un locale su strada. Parliamo di quanti studenti stanno studiando italiano e della sua visita ad una sciamana “cittadina”, la sera precedente. Una ragazza che ha parlato con gli spiriti e gli ha consigliato di evitare discoteche e alcolici: sembra che ci abbia azzeccato, perchè senza averle detto nulla, un po’ di tempo fa il marpione s’era preso una bella ciucca con gli amici! Gli sciamani sono così relegati e messi male al pari di lettori di mano o finti maghi nostrani? Chissà. Proviamo a fare un salto al museo dei giochi intelligenti, con l’ausilio di un taxi privato. Con Martino che traduce, è tutto più facile. Troviamo il museo chiuso, ma conosciamo Zhandra nel negozio al primo piano. Zhandra è il padrone e mecenate del museo. Ci mostra gli articoli in vendita e intrattiene i visitatori con qualche trucco magico. Martino, come tutti i mongoli, capisco al volo, è contento come un bambino con queste dimostrazioni ludiche e prove d’intelligenza. Purtroppo dobbiamo lasciare il posto, con la promessa di visitarlo alla prossima occasione. Al ritorno provo le brezza dell’autobus alla vertiginosa cifra di 200 T a viaggio, che si pagano direttamente all’omino dotato di borsello sul mezzo. Con Martino ci salutiamo scendendo in piazza e m’avvio a piedi alla guesthouse, attraverso il centro, poi il ponte, i giardinetti e infine ai palazzotti decadenti del quartiere. Mi doccio e mi concedo una cena al vicino Ikh Karaud, ristorante abbastanza costoso per la media, frequentato per lo più da occidentali. Per una birra e per i Kushuur (carne di montone fritta in un involucro di pastella), che sono tanti e buoni, spendo una cifra pari a 5 euro. In ogni caso è a due passi dai blocchi, proprio attaccato al Palace Hotel.
L’occasione è buona per fermare anche dei tipi che parlano italiano. Sto seduto sotto la tettoia in legno costruita sopra un pianale, di legno anch’esso e dotato di ruote tutt’attorno. Faccio conoscenza con quello che si rivela essere un pilota d’aereo con il suo assistente di volo, mentre aspettano altre persone dall’albergo che li ospita. Non possono mangiare dentro perchè c’è una festa di matrimonio abbastanza chiassosa. Ci scambiamo l’indovinello sulla provenienza in base all’accento. Dopo il costante errore del sardo, provo io dicendo spagnolo. In realtà il pilota è argentino, ma sposato con un’italiana da 12 anni e stanno in nord italia. Lui lavora per l’Alitalia e ora stanno tre giorni a UB perchè stanno facendo dei voli in prestito alla Mongolian Airlines. Così non riescono a visitar nulla. Mi fa i complimenti per la scelta di viaggio e ricorda con nostalgia di quando con un amico sono stati in Eritrea, per un viaggio simile. Mi da pure ragione che queste cose vanno fatte finchè se ne ha la possibilità. Son contento di questo incontro e finita la mia cena, li saluto al tavolo dove si sono messi a mangiare. Son stanco e devo preparare i bagagli per una settimana, così mi chiudo in casa, dopo un passaggio al 24 hours per un succo di frutta e attacco a riempire lo zaino.