Videoclip

pubblicato il 6 March 2007 alle 22:40

Lampioni che scorrono, aprendosi. Ci vorrebbe un occhio-telecamera. A sedici noni, almeno così pare, ma la vista umana mi sembra più “stondata”.
Zoom sulla ruota bagnata del camion. Nastri di guardrail. Musica, ore di musica in solitaria: un modo per compenetrare umano e suono, voci e parole, mente e dispersione. Mi perdo, sbaglio strada. Appositamente? O distrazione?
Il paesaggio italiano è sempre uguale a sè stesso oramai. Un’Italia reiterata e contemporaneamente caratterizzata. Vedo i paesini che corrono ad abbarbicarsi sopra l’anonimìa di capannoni sgargianti di luci, neon spenti nel pomeriggio, vetri su vetri di serre contenenti automobili metallizzate. Non è forse ogni momento buono per far un salto nell’ipercapannone di competenza nel circondato? E che belle che sono le nuove casette a schiera di cartone o questi bèi palazzoni ancorati ad uno stile di quarant’anni fa?
Pianure arate e puzzo di maiale.
Sceneggiature per videoclip, tratte da viaggio italico contenente nostalgia di un paesaggio estinto.

Ascanio fabulista

pubblicato il 1 September 2006 alle 23:48

Un celestino dalla barba demoniaca oramai e con tanti chili in meno, da quando mi raccontò delle fosse ardeatine , come fossero a riportarne i miei nonni mai avuti da Trastevere, sale sul palco sotto le mura della cittadella sarzanina e inizia a sgranocchiarci la fiaba della sua avventura creativa.
Divulgandola per fiabe. Una favola dentro l’altra.
Gli albori son sempre quelli che mi inteneriscono di più. Adesso non pretendiate la stessa bravura nel resoconto, ma un piccolo assaggio di questi albori evo
tentare di trasmettervelo.

Son anni e anni fa che nelle scuole l’Ascanio iniziò proponendo un laboratorio basato sulla favola interrotta, alla quale dare un finale. E lì gli insegnanti terminavano sempre con finali così così, dove vincevano e stavan bene tutti alla fin fine. Mentre dai bambini nasceva la creatività più spinta.
Quindi c’erano questi due personaggi uno ciccione e l’altro magro che finiscono nella caverna di Ciecafumo, dopo essersi persi nel bosco e aver patito la fame. Lì trovano le gigantesche provviste del ciclope, che prende nome da un angoletto vicino cinecittà dove gira il tramvai… altro che Polifemo. In ogni caso il ciclope torna e i due si son mangiato tutto, quindi per vendetta mangia il più grasso. Poi serra tutte le pecore del suo gregge nella caverna e la chiude con un masso enoooorme. Quello più magro, che se la scampa, ha per caso con sè una bottiglia di vino magico, che chiunque ne beva una goccia cade in coma addormentato. Sicchè la propone al ciclope Ciecafumo, instillando il dubbio di non poter mangiare senza seguire con una bella sorsata di vino (“che vòi murà a secco?” come dice la nonna di Ascanio).
Il ciclope beve e cade addormentato. Così, diciamo pollicino, si scuoia una pecora del gregge e si traveste con la lana, buttandosi in mezzo al gregge.

In più prende lo spiedino gigante su cui era stata cotta la salsiccia grossa come un maiale e infilza l’occhio di Ciecafumo. Questo si alza e bestemmia in tutte le lingue del mondo, nuove, vecchie, morte, resuscitate apposta, per usarle di nuovo a bestemmiare, ma non trova pollicino.
Alchè dopo un giorno le pecore devon uscire a bere e lui le fa uscire tastandone una a una per scovare l’intruso. Ma pollicino la scampa e una volta fuori, si libera dalla pelle e dileggia il gigante cieco per quanto era stato furbo a scappare dalle sue grinfie. Quindi il ciclope non potendolo vedere e riconoscendo la
sua astuzia, gli regala un anello. Se lo leva dal dito e lo lancia in direzione di pollicino….

E qui si ferma la storia. Seguono i finali più interessanti riportati:

1. L’anello del ciclope è in realtà una lama rotante che sega in due parti uguali pollicino lasciandolo stecchito. Ciecafumo si avvicina e gli fa : “Ammazza che belle budella che c’hai pollicì!”. Fine.

2. L’anello in realtà è un anello magico che quando pollicino se lo mette lo attira verso il ciclope, ma quando è a un palmo da ciecafumo, dal bosco esce fuori un gigante giallo con tre capelli, che si chiama homer che glielo leva dal dito e se lo mangia credendo che sia una ciambella e così pollicino si salva.

3. vari finali lubrichi con ritorno di pollicino a casa, che poi va con le veline e le modelle e in ferrari …

4. (il più bello scritto dalla teppa della classe) L’anello del ciclope, che in realtà è gigante, cade proprio vicino pollicino, che se lo mette e ne fa un hula hop e gira fino a che l’hula hop non parte nel cielo e va a colpire la meteora dei cornuti* (vi giuro con l’asterisco). La meterora parte e cade sulla terra colpendo ciecafumo che si ritrova tutto annerito incenerito e dallo shock finisce nei bagni pubblici dei ciclopi, dove un ciclope col maldipancia era appena uscito, il che significa te saluto ciecafumo! Pollicino invece scappa inoltrandosi nel bosco, ma s’appiccica a una cacca di un cavallo ciclope gigantesca e non riesce più a staccarsi. Così va avanti per giorni nutrendosi dell’escremento, fino a che anche quello si secca e non riesce più a staccarne un pezzo, morendo così di fame.

  • la meteora dove ci abitano quelli che c’hanno la moglie e il marito che è andata con il marito e la moglie di un altro.

E così via. Continuando con un medley di tutti i suoi spettacoli più noti, fino all’ultimo ancora in gestazione, su “Pecora Nera”, storie riportate e allargate dalle testimonianze di lavoratori di call center, precari e presentati come veri e propri schiavi a cottimo, destinati a soddisfare le perversioni notturne dei maniaci telefonici, con sempre una bomba in tasca, che il padrone mette e cambia ogni tre mesi, al ticchettìo della quale si sono abituati, come chi abita a
Ciampino abituato a treni e aerei lowcost sempre in assordante partenza.

Paladino e studioso della tradizione orale. E figura molto importante per il teatro e la fabulistica, ripensando a quello che diceva Calvino delle fiabe [sue, italiane]:

le fiabe sono vere perché sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna soprattutto per la parte di vita che è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, il distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.

Al faro

pubblicato il 31 August 2006 alle 20:00

Un pomeriggio in buona compagnia di un libro, qui, ha di certo giovato. Ho davanti la scenografia, ora vuota, della mia infanzia, a pochi metri, basta una nuotata e sarei di nuovo là. Ma preferisco godermela da qui, dal faro che sta di rimpetto, perchè vedo ancora tutto muoversi, tutti i colori, le tende, gli schizzi e i bambini avanti e indietro su quegli scogli. Vederlo da qui, come non mi ero mai visto: sembra tutto ancora vivo.
Era un mondo limitato nello spazio, perchè c’erano quella piattaforma di cemento e una striscia di scogli. Limitato nel tempo, perchè si era subito lì, non si muoveva quasi la barca. Le giornate però passavano lunghe e quiete. Poi anche qualche notte a star svegli col pensiero che i topi nuotassero da terra e venissero a mangiarci i piedi, che sbucavan da sotto l’asciugamano. Ma te li immagini i topi coi baffi luccicanti, che fanno la traversata al chiaro di luna?
Risate! Come quando passavano i barconi dei signori e da quei tendaggi traballanti, con sotto grandi pentole di pastasciutta e gamberetti appena presi, si alzava il grido di “O ZINGRIIII !” nel più paradossale dei ribaltamenti della realtà. Ma che signori che si era! Avevamo tutto, ci bastava quello.
Al tramonto, con questo faro verde che lascia il segno ogni volta, come quando fu pitturato di fresco e ci macchiò i vestiti, oppure adesso che la schiena ad appoggiarmi, ha su impressa la forma delle mattonelline. E’ un desiderio quello di restar segnati e di portare con sè quel mondo dalle meccaniche semplici, ridotto e sicuro, che non c’è più.

Coltura della Cultura

pubblicato il 26 August 2006 alle 23:44

Preso spunto da una passeggiata di ieri notte per le vie del centro a Spezia. Proprio nella piazzetta più nuova, davanti al neonato museo d’arte contemporanea, che sì tanto lustro darebbe alla nostra cittade, mesi or sono apriva una libreria Mondadori. Nemmeno il tempo di entrare almeno una voltra, che già la trovo chiusa e svuotata. Ma non dalle troppe vendite, tutto l’opposto: manifesto fallimento nelle vendite. Che meno soldi vadano in tasca al Berlusca poco mi giova, nel riflettere sul fatto che il fallimento di una libreria nuova in città è l’indice drastico di una discesa nell’appiatimento culturale. Insomma, una conferma, ma sempre cocente.
Allora in un dialogo telematico con Mattia mi sgorga l’idea di una futuribile conferenza d’agricoltura. Sì, perchè lui propone il metodo di una coltivazione personale del proprio orto privato di interessi. Più una questione di amor proprio, inteso come amore della propria persona, che nasce allora dal coltivare a poco a poco i giovamenti altri della vita. Personalmente. Privatamente. Anche se l’ortus non puo’ essere conclusus alla maniera medievale, trattandosi di piccolo orto che debba diventare ettari ed ettari di coltivazione. Seminare sul cemento si diceva l’altro giorno, sempre sul tema. Quindi ci ritroviamo ancora in questa metafora campestre ed agraria, da buoni campagnoli. Allora perchè non pensar a questa bella conferenza di agraria, con suggerimenti sulla potatura ( sfrangiare il superfluo), la semina, il raccolto, la concimazione. Fatta da veri esperti e da amatori, ma che già si cimentano, mentre il pubblico invitato lascia appassire i propri campi, o ha terreni incolti e duri o non ha più terra affatto. La tradizione del contadino ci aiuti a migliorare.

Catarinfrangenze

pubblicato il 1 June 2006 alle 00:18

Di ritorno da una congregazioni di progetti folli e alitosi, mi ritrovo ad ascoltare in auto, una canzone, piano batteria e chitarre, Friend of the night ... Mogway.

Per la prima volta nella vita, questo pezzo mi spinge alla spudorata supponenza di scrivere il testo ad una musica esclusivamente strumentale. Testo in senso figurato: cerco di trascrivere in poche righe il trasporto che le note mi suggeriscono, che non si discostano dal titolo scelto dai musicisti.
La progressione altalenante di parti intense e requie minimale ricorda l’andamento sinuoso e inaspettato della vita. Mi ricorda come tutti abbiamo in mente le cose che devon avvenire o arrivano di sorpresa, come lo specchietto di una macchina in senso contrario, che frantuma il mio.
Osservo l’immagine di luci e nero, tutta spezzetata e all’incalzare del motivo premuto con foga sui tasti, capisco come la vita sia il nostro amico notturno, davvero, che ci fa compagnia in questi momenti senza una spazio. Come vorrei che la sentiste tutti voi, uno per uno, con me adesso.
Per condividere lo sforzo che ci vuole per la separazione. Per partecipare del sorriso sereno, che ritroviamo, come quando il piano rallenta, con rari pizzichi sulle corde.
Cose che abbiamo provato e proviamo tutti. E’ questo sentimento trasversale che mi sta comunicando la musica e che mi fa vibrare. Far capire che ho vicino tutti anche nel momento in cui sarò nel deserto più desolato, sia esso tangibile, che figurato.
Sospensione e sfuma.

La pellicola gira, come la storia si ripete

pubblicato il 26 April 2006 alle 20:13

Bravi, complimenti!
Lo sapevo che avrei fatto meglio a non sbirciare la tv, ma son capitato su un TG che mi riporta la notizia fresca fresca di un’anteprima cinematografica “d’eccezione”.
Si tratta di un nuovo film di quelli che costituiscono l’ossatura portante della memoria statunitense. Hollywood fa da storia per una nazione senza storia e in questo caso diviene memoria inventata di una grande farsa.
Il film, di cui non so il titolo, racconta le gesta (!), gli ultimi attimi e le storie dei passeggeri dei voli che si schiantarono sulle due torri. Come la pellicola la storia si ripete. A favorire e sostenere l’ennesimo conflitto occorre raccogliere consensi di massa adatti. E cosa non fare, se non un bel film patriottico, prima di attaccare pure l’Iran? Come mai ricompaiono tutti sti terroristi a minacciare? E attentati?
Oramai non è più una paranoia da sinistroidi: questa è la realtà, prendiamone atto!
Addirittura al fatto che con le loro azioni, i prigionieri sui voli, hanno deviato la collisione degli areoplani contro il congresso. E’ inaccettabile. E’ una presa per il culo!
Avrei fatto bene a non accendere.

in itinere

pubblicato il 22 April 2006 alle 02:28

Siamo di nuovo qui allora, io e te, 4 tasti e un po’ di pixel da illuminare nero su bianco.
Ti tocca finire a pisciare in un gabinetto di un centro sociale per metter in moto un po’ di cervello e partorire qualcosa.Sì, perchè senza distacco, senza stridere di metallo sul metallo dei mondi che non possono coesistere, non tiri fuori niente di buono. Mi ci vuole lo sbalzo, il contrasto.
Hai raccolto una messe di facce indignate: mesti, triti, scoglionati, seduti, in piedi, bevuti e obnubilati e pornografi.
Vi siete rotti il cazzo? Ammettetelo. Fate qualcosa.
Non pago hai continuato tra le risa quasi forzate, le risa e i passaggi sottovoce che stimolano altre risa, captando qualcosa, inorridito, curioso ma timoroso.
Ti sei staccato, in movimento, sempre, come irrequieto, ma fuori tranquillo e zen come tuo solito.
Ma chi sei?
Io. Siamo io e te. Io e io. Lo specchio non serve, sono queste poche righe.
Ti senti difficile, inadatto? E una battuta continua a salvarti. Perchè? Come cazzo fai a tirare avanti, a scendere a compromessi.
Fai un baluardo della tua coerenza, quando vedi che da più frutti a chi la rinnega. Ma son realmente quelli i frutti che vuoi?
No. Perlomeno la coerenza propria è personale, e quindi, sicura. Più del conto corrente.

Lentamente muore

pubblicato il 18 April 2006 alle 21:40

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

(P. Neruda)

Il vuoto del volto

pubblicato il 11 April 2006 alle 14:21

E’ un po’ che mi interrogo, da solo, su questo
argomento, su internet, sul prima e dopo internet.
Questo è un punto di partenza interessante, da
Repubblica…

Decifrare il vuoto del volto
La spasmodica ricerca di sé

di UMBERTO GALIMBERTI

Io un po’ li capisco quanti, invitati da Repubblica a fornire per via telematica una loro fotografia per avere un’immagine degli italiani, in poche ore hanno intasato con migliaia di foto la redazione del quotidiano. Una risposta così massiccia e immediata lascia intendere una spasmodica ricerca di sé, un bisogno insopprimibile di dar forma a quel vuoto che per ciascuno di noi è il nostro volto.

A nessuno, infatti, è concessa l’immagine fedele del proprio volto. La mia vista non può vedere quel viso che sono e che mi esprime. Anche con lo specchio non raggiungo lo scopo, perché l’immagine riflessa non è sovrapponibile ma simmetrica: la destra cioè diventa la sinistra e siccome le due parti non sono perfettamente identiche, l’espressione che vedo riflessa non è la mia espressione.

Quel che la Bibbia a più riprese dice di Dio: “Non ti farai immagine alcuna” (Deuteronomio, 4, 15) può benissimo essere applicato al nostro volto, sempre al di là della sua immagine, sempre diverso. Il dramma di Narciso e la sua tragica conclusione dicono, in altra cultura e in altro modo, l’impossibilità di afferrare la nostra immagine.

La nostra immagine, infatti, è qualcosa che noi costruiamo, come lascia intendere la parola “faccia”, dal latino “facies” che rinvia a “facio”, verbo che dice qualcosa da costruire. È una costruzione che compiamo con lo sguardo, per cui la “faccia” è anche “viso”, dal latino “visus”, da cui il francese “visage” e il tedesco “Gesicht”, dove evidenti sono le allusioni all’atto del vedere.

Guardando il volto di un uomo, solo una nostra supposizione ci fa ritenere che a lui siano noti i tratti che noi vediamo. In realtà per ciascuno di noi il volto è il vuoto del nostro corpo spalancato sul mondo. Forse per questo il greco “stoma” e il latino “os”, oltre che “viso”, significano “bocca”, quindi “apertura”, “voragine”.

Se il mio volto è il vuoto del mio corpo non mi sorprende che così tante persone si dispongano davanti a un telefonino o a una macchina fotografica digitale per ottenere l’immagine che riempia quel vuoto. E poi, dopo averla trasferita sul computer, la manipolino per renderla verosimile all’immagine che si sono fatti di sé e che non sempre corrisponde all’immagine resa dalla fotografia, perché questa, nell’istante incontrollabile di un flash, può rubarmi un’espressione che non riconosco come mia, dopo avermi già sottratto la gestualità che tanto racconta del mio modo d’essere.

Ma anche la riproduzione fotografica e la sua pubblicazione sul giornale non placa la mia ansia che vuole riempire il vuoto del mio volto nella spasmodica ricerca della mia fisionomia, perché quel me stesso che cercavo nella fotografia mi è reso da quella cosa che vedo e che divento ogni volta che cesso di abitarmi per cogliermi nella forma dell’esteriorità. La fotografia, infatti, mi sorprende dall’esterno e mi spaventa quando, raggiungendomi impreparato, mi cede quel suo segreto che è il mio volto colto dal di fuori.

Siamo irrimediabilmente nelle mani degli altri che con il loro riconoscimento costruiscono la nostra fisionomia, che la psicologia e la filosofia chiamano “identità”. Quel che siamo sono gli altri a dircelo. Ed è solo la nostra amicizia o inimicizia con gli altri a farci accettare o rifiutare quell’aspetto che noi siamo e che il nostro volto esprime come nostra assoluta impotenza.

Fotografare il nostro volto è un tentativo di reperirlo, e in questa ricerca sta forse la segreta essenza dell’uomo, che però non può essere affidata alla fotografia, ma alla risposta che ci giunge dallo sguardo dell’altro, perché, come ci ricorda Platone: “Se uno, con la parte migliore del suo occhio (la pupilla), guarda la parte migliore dell’occhio dell’altro, vede se stesso”.

In the heart of the wood, oh there I understood

pubblicato il 8 April 2006 alle 02:52

Due giorni fa ho visto una coppia di upupa, qui fuori casa:

sono a righe bianco nere come uno spartito. Uno spartito bianco …
e rari come una musica, senza note